Così il reparto non era che
una luce gialla.
Il centro della paralisi,
tornava quasi sempre l’alba.

L’occhio vorace
bagnato di grazia.
La gioia sfacciata
d’animale in gabbia.

Luce,
luce ora ti straborda sulla faccia.
Tra quelle mura sgombre,
tagliate dal sole.
Del limbo quasi non ne resta nulla,
l’innocenza del dolore.
Eravamo come mosche,
concepite a sottrazione.

Eravamo la chimera che
spavalda
si assottiglia.

Libere mai, libere.

Le teste
le pance
le zampe.
La notte nel grembo
in un guanto di lattice.

Le facce, no, non le ricordo
ma gli occhi,
agli occhi torno.

Alle labbra bianchissime,
secche di sete splendente.

Alla luce sciacquata dal sangue,
che cola e ritorna nel ventre.

Non sappiamo se sia un caso che ancora una volta, dovendo selezionare una poesia per la rubrica del giovedì, la nostra scelta ricada sul lavoro di una persona giovanissima.

Non sappiamo neanche se a farci notare maggiormente la cosa sia il ritrovarsi all’indomani di un referendum in cui la differenza l’hanno fatta proprio gli under 35 – era ora, cazzo, che si alzasse tutti il culo dal divano in nome di qualcosa.

Fatto sta che nei momenti di smarrimento esistenziale, sia esso pubblico o privato, quando si cammina tra i resti di diritti calpestati e ci si scotta le piante dei piedi sui carboni ardenti di merdose dittature che non hanno mai smesso di fiammeggiare sotto alla cenere della Storia; quando ci si sente in balìa di potenti folli e perversi, caratterizzati dal bombardamento facile nonché dallo stupro di minorenni adottato come hobby con cui affrontare giovialmente il logorio della vita capitalistica… beh, è proprio in quei momenti che ai giovani si guarda, con quel misto di senso di colpa per il gran mondo di merda che gli si lascia in eredità, e di speranza che riescano a sistemare, almeno in parte, il casino che abbiamo combinato – o che abbiamo lasciato, con la nostra ignavia e il nostro orticello ben curato, che i potenti figli di puttana di cui sopra combinassero per noi e contro di noi, con la nostra connivenza e il nostro disimpegno spacciato per fine e illuminato cinismo nei post su Facebook dei primi Anni Venti del Terzo Millennio.

Ah, a proposito, fatelo, questo esercizio: andatevi a rileggere, di tanto in tanto, la roba che scrivevate, piccoli artisti che oggi continuate ad avere opinioni sul mondo, andatevi a rileggere tutte le frasette che all’epoca consideravate pregne di arguzia e che magari vi facevano anche rimorchiare, e proverete un senso di vergogna più devastante di quello che vi provocherebbero le foto sgranate scattate coi Nokia ai tempi del liceo, quando vi presentavate impavidi e incoscienti al mondo globalizzato dei social ostentando orgogliosamente ciuffi emo di capelli sulla fronte, pantaloni a vita bassa e tutta una youtubesca sottocultura pop in piena epoca d’oro del trash. Fatelo a cadenza almeno bimestrale, mi raccomando, e c’è forse speranza che vi si inneschi un meccanismo di automiglioramento quotidiano che potrebbe perfino portarvi, nel giro di qualche decennio, a potervi guardare di nuovo allo specchio.

Ma torniamo a noi. Torniamo a parlare di poesie e di giovani che le scrivono.

Perché è proprio in virtù di tutto questo che, anche questa settimana, vi mettiamo di fronte a una ragazza di vent’anni, tale Isotta Riggio, che stilla dolore, rabbia malcelata, guerriglia interiore e cazzimma intellettuale in una poesia senza titolo. Una poesia che non ha paura di non essere compresa, né si preoccupa di prestare il fianco a varie categorie di presunti intenditori – dai vacui dileggiatori del lirismo per partito preso, fino ai sommelier del realismo sporco con la verità in tasca, di quelli che si sentono estremamente dannati infarcendo la propria roba di immagini che vorrebbero turbare perfino i più forti di stomaco e invece finiscono per esibirsi soltanto in timide e autocompiaciute gomitatine al lettore più ingenuo, in un vicendevole scambio di pompini pseudo-intellettuali in cui tutti godono ma nessuno sborra davvero come si deve.

Isotta Riggio ci parla di reparti illuminati da luci al neon, mura sgombre e guanti in lattice, mostrandoci un limbo di dolore di cui non rimane niente se non “l’innocenza del dolore”, occhi, labbra sfinite e secche di martiri di ospedali, quegli animali che ritroviamo “in gabbia” nel “centro della paralisi” come “mosche, concepite a sottrazione” (gran tocco, quest’ultimo, davvero).

Ci ha colpiti come questa poesia dica e non dica, restituendo insieme elementi tra loro contrastanti, come la frustrazione, la resa, il sangue, membra e menti straziate e poi, allo stesso tempo, scintille di qualcosa: un “occhio vorace”, “la gioia sfacciata”, certi occhi a cui si ritorna, più che alle facce in sé, ché mentre queste possono sbiadire nella nebbia dell’abbandono, quegli altri invece no, se non altro per chi riesca ad annegarvici mettendo in gioco tutto ciò che possiede – che in molti casi equivale a un bel cazzo di niente; eppure, non se ne capisce bene il motivo, tutto questo nulla infinito finisce per possedere l’inestimabile valore di ciò che potremmo definire un’ottima mano al tavolo di quella partita con la morte in cui qualcuno, ogni tanto, riesce perfino a vincere. Vi auguriamo di essere tra quelli.