Recensione di “I negativi“, di Daniele Morgese (Giulio Perrone Editore)
Recensiamo il romanzo I negativi (Giulio Perrone Editore, 2021), esordio letterario del giovane – a trentott’anni si è giovani – Daniele Morgese. Ora, volendo assecondare il taglio della nostra pagina, potremmo abbandonarci a facezie di qualunque sorta: per esempio, si potrebbe suggerire che grazie al Morgese l’espressione “fatica letteraria” abbia assunto nuovi, inaspettati contorni, per il semplice fatto che grazie a un’intervista pescata in quel meraviglioso mare magnum chiamato internet– sono i contra di farsi pubblicità – l’autore dichiara di aver impiegato otto anni per la stesura completa. In ogni caso, e questo non è detto in riferimento diretto al Morgese, pensiamo che, se la scrittura dev’essere una fatica, allora è meglio non scrivere, e la stessa cosa dicasi per la lettura, dato che già la vita sa essere abbastanza faticosa di suo.
Venendo al libro: il protagonista della storia è Andrès, ventenne parigino un po’ scontroso e giustamente risentito nei confronti del padre Gianluca – dal momento che non l’ha mai conosciuto per motivi che verranno spiegati nel corso del romanzo –, in arte Jean-Luc: fotografo di grande successo e testimone di alcune fra le più importanti pagine della storia recente. Il racconto si apre con una lettera alla quale Jean-Luc affida le ragioni del proprio suicidio. Andrès e la madre si recano a Milano per presenziare ai funerali del padre – ma lui si incazza come una iena quando qualcuno lo chiama così, ostinandosi a usare il più neutrale “Gianluca”. Il ragazzo, dilaniato – ma sempre con un certo humour e un’urticante acidità adolescenziale – fra il timore di non aver mai contato nulla per un padre che non stenta a definire “un grandissimo figlio di puttana dall’ego smisurato” e il desiderio (non tanto) recondito di scoprire di essere stato importante per lui, ripesca un diario nascosto nella biblioteca del piccolo appartamento milanese nel quale Jean-Luc ha trascorso gli ultimi giorni della sua vita: escamotage che permette all’autore di introdurre il punto di vista e il racconto del padre all’interno della storia.
A questo punto il romanzo diventa quasi epistolare, ma non del tutto, dal momento che la lettura del diario viene intervallata a episodi in cui il giovane Andrès interagisce con la madre, esponendole con il suo immancabile cinismo i propri dubbi in merito al motivo per cui il padre avrebbe abbandonato moglie e figlio per condurre una vita di eccessi e andare dietro a “modelle” e “attricette”. Il romanzo ruota fondamentalmente intorno a questo conflitto interno al protagonista, che sfocia spesso in discussioni anche accese con la madre.
Dobbiamo dire che ci ha lasciati un po’ perplessi la voce interiore – ed esteriore – con cui pensa e si esprime Andrès, narratore in prima persona della storia, il quale utilizza delle immagini, e a tratti esprime una maturità intellettuale e un lessico che non solo cozzano con la sua evidente immaturità emotiva, ma sembrano anche poco realistici per un ventenne. La narrazione fatica a prendere ritmo, essendo affidata principalmente ai monologhi interiori del protagonista, a cui da un certo punto in poi fa il doppio il diario del padre, che sembra peraltro avere una voce molto simile a quella del figlio, pur non avendolo mai conosciuto e non avendo quindi potuto influenzarlo. Ora, tralasciando il fatto che l’autore si senta spesso in dovere di utilizzare una pletora di aggettivi e termini che provocano un certo imbarazzo (come “fantastilione”, per dirne uno) risulta sospetto che il protagonista della storia, Andrès, non salti direttamente al punto del diario relativo al giorno della propria nascita. Per capire se il padre abbia avuto una reazione, un sussulto, qualcosa. Invece Andrès aspetta di leggere una serie interminabile di pagine dal dubbio valore letterario – che egli stesso definisce “scadente romanzaccio sentimentale” – piuttosto che curiosare sfogliando un po’ il diario.
Un altro punto sul quale, a nostro avviso, l’autore non è riuscito a essere sufficientemente incisivo, è quello relativo al grande mistero del romanzo: la ragione per cui il padre lo ha abbandonato. Senza voler anticipare nulla a eventuali lettori e lettrici, la sensazione che abbiamo avuto è che questa aspettativa sia un po’ deludente, che non vi sia, cioè, una rivelazione che sappia tenere il passo delle attese che l’autore contribuisce ad alimentare nel corso della narrazione.
A favore del Morgese, però, ci sentiamo di spezzare alcune lance. Innanzitutto, le parti del diario di Jean-Luc in cui descrive gli avvenimenti storici di cui è testimone hanno una certa forza evocativa, oltre a essere pregevoli da un punto di vista stilistico – cosa che, peraltro, fa ancora più incazzare, perché sembra che l’autore abbia deciso di sotterrare i buoni mezzi tecnici e una certa padronanza della lingua, cose di cui a sprazzi dimostra di essere dotato, per correre dietro a paroloni e aggettivi un po’ superflui. Per darvi un’idea, l’autore è capace di regalare immagini di questo tipo:
«Una volta incrinate le barriere che da sempre hai opposto ai nuovi incontri, confidavo nell’esondazione di un fiume in grado di fertilizzare i campi e lasciare dopo il suo passaggio germogli variopinti».
Questa frase suona bene, oltre a suscitare un’immagine molto potente, e non è l’unica piccola perla presente nel romanzo, motivo per cui rode un po’ il culo a pensare di doversi sorbire un quasi-ininterrotto-monologo-interiore-di-Andrès-e-Gianluca per più di 300 pagine.
L’altra lancia da spezzare riguarda la forma scelta per il racconto, anche se in questo caso si è tirato la zappa sui piedi: il diario. Anzi, il doppio diario, sebbene quello di Andrès non sia propriamente un diario. Si ha la sensazione che succeda poco – e attenzione, non riteniamo che i romanzi migliori siano quelli in cui succedono molte cose, ma quelli in cui il ritmo narrativo si mantiene alto – e che si giri un po’ troppo intorno al travaglio interiore dei due protagonisti: rodimento di culo di Andrès per un padre che non l’ha mai cagato, e rodimento di culo di Gianluca per una compagna che non si è capito se se lo fila oppure no (insomma, pare che il rodimento di culo sia ereditario).
Ci rendiamo conto che forse l’autore non fremerà dalla voglia di inviare questa recensione agli amici – ma noi speriamo di sì, perché nella scala dei valori le capacità letterarie stanno molti gradini sotto l’autoironia, e le prime si possono migliorare, considerato che si tratta di un esordio –, ma potrebbe comunque venirne fuori qualcosa di buono.
Una cosa però va detta, altrimenti non ce ne andiamo da qui, e cioè che il lavoro di revisione – se c’è stato, e immaginiamo che ci sia stato – è stato carente. Alcuni termini sono usati in modo inappropriato (potremmo farne un elenco), cosa di cui – se non l’autore – quantomeno un editor che abbia veramente letto il manoscritto con attenzione avrebbe dovuto accorgersi (altro sassolino: per la cronaca, si dice kartoffeln, con la “l”, non kartoffen). Potremmo dire che la sfiga – o la fortuna – del Morgese sia stata quella di aver sperato, come qualunque scrittore, che qualcuno leggesse con scrupolo il suo manoscritto, senza saltare nemmeno una parola; cosa che probabilmente nessun altro ha fatto prima di noi – o almeno nessun altro di competente, perché se ce ne siamo accorti noi, figuriamoci cosa avrebbero pensato loro, e questo forse dice un po’ di cose sulla situazione attuale dell’editoria (o meglio, su certe case editrici).
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