Recensione di “Le città perdute“, di Gianpaolo Moscetti (Edizioni Dialoghi)
L’esperienza allucinatoria del sogno, giochi di luci e di ombre sospese tra la vita e la morte, paura, coraggio e molto altro in questo libro di Gianpaolo Moscetti che, onestamente, non rileggerei ma che pure, siccome non tutto il male viene per nuocere, non avrei mai letto se il suo autore non si fosse deciso a sottometterlo alla penna eccessivamente sincera di questo blog vagamente irriverente, come lo ha definito un molto offeso e permaloso autore già recensito su questi schermi. Augurandoci che Moscetti sappia accogliere le critiche in maniera costruttiva, lanciamoci ora nell’aperta, libera e un po’ ironica recensione che state per leggere.
Il fatto che non rileggerei questo libro non significa che prima di trovare il coraggio di scriverne io non l’abbia letto con cura e attenzione, cercando di carpirne i messaggi nascosti dietro criptiche metafore e sfuggevoli non detti. Spoiler: non ce ne sono, o almeno io non li trovati. Nemmeno quando ho cercato di dare un senso alle innumerevoli volte in cui viene ripetuta a sproposito la parola “cazzo” — parola alla quale sono tuttavia molto affezionata — e se è vero che il troppo stroppia, questo termine, ripetuto per quarantasei volte su cento e tre pagine (quattro a pagina 11; tre alle pagine 32, 40, 90; due alle pagine 12, 34, 36, 37, 41, 43, 79 e non le elenco tutte per ovvi motivi) non fa assolutamente eccezione.
Nonostante il tentativo di dare un tono colloquiale a quello che non si può propriamente definire un romanzo, ma che è anzi una raccolta di brevi episodi rilegati da un narratore che saltella in prima persona da una pagina all’altra, il risultato finale risente della tediosa tendenza del nostro secolo di rimpinguare il quotidiano con toni aulici che anche Durante Algherio ci avrebbe, oggi, generosamente risparmiato.
Tuttavia, oltre alla forma, si sa, c’è sempre di più, e in barba ai formalisti è proprio su questo che vorrei soffermarmi prima di tornare a ironizzare sulle scelte di editori poco attenti al modo in cui presentano i loro prodotti.
Le città perdute prende il titolo dall’omonimo racconto che apre questa raccolta dai toni fortemente onirici, con sfumature fantastiche e a tratti mistiche. Il narratore accompagna chi legge nei numerosi mondi che popolano la sua scrittura, la quale viene spesso ripresa come tematica portante di tutta la raccolta e trasla l’opera in una piacevole dimensione metanarrativa. La difficoltà che risiede dietro la mano che si appresta a riempire pagine bianche con mondi d’inchiostro viene resa protagonista di questo libro che sembra comporsi man mano che il narratore/scrittore si lascia guidare dall’ispirazione generata e non creata dalla stessa sostanza della sua immaginazione.
È un viaggio tra città che sono mondi eterei, alcuni deserti, altri sommersi da piogge incessanti, altri ancora fatti di carta e inchiostro; ci sono città che si estendono in verticale lungo scale di cui non si riesce a scorgere la fine, e ci si trova poi a passeggiare nel buio di incubi dagli occhi brillanti che popolano le paure più profonde.
Un altro tema ricorrente nel viaggio di questo narratore/scrittore protagonista è il rapporto con i fantasmi del passato, con la morte, con i ricordi e con le ripercussioni che questi hanno sul presente: a volte è necessario trovare il coraggio per proseguire il nostro cammino individuale, lasciando alla memoria il dolce compito di ricordarci da dove veniamo e quanto lontano possiamo giungere.
Si odono, camminando tra le righe, lontani echi letterari: dal titolo alla Italo Calvino al bianconiglio di Lewis Carroll, all’ombra perduta di Peter Schlemihl. Echi che alla fine si perdono assieme al significato di tutto il resto. E se è pur vero che non c’è sempre bisogno di trovare un significato alle cose, men che meno alla letteratura, è anche vero che le storie, per continuare a vivere, devono rimanerti attaccate addosso stimolando la mente a cercare e trovare sempre nuove strade per riletture che rivelano ciò che al primo sguardo passa inosservato. Ed è qui che mi tocca spezzare una lancia a favore di quei maledetti formalisti che da un lato avevano ragione a rompere i coglioni sulla forma e la struttura della narrazione, perché poi ci si ritrova con storie dal potenziale altissimo nei panni di scadenti post pubblicati su Facebook, con parole in MAIUSCOLO che servono a evidenziare il NULLA cosmico e che contribuiscono soltanto a creare una sensazione di urla intermittenti nella TESTA del LETTORE. Davvero, davvero fastidioso. Mi stupisco come le scelte editoriali possano tralasciare in modo tanto disfunzionale certi dettagli tipografici. Nel profondo del mio cuore mi auguro che sia stato un errore di distrazione, ma so che è una speranza vana.
L’unico racconto, che non è un vero racconto, ad aver soddisfatto la mia voglia di considerare valido questo libro di sfoghi e frustrazioni, sono le cinque righe che compongono il testo dal titolo Onde, mentre Il pittore poteva terminare alla parola FINE e sarebbe stata una storia straordinaria, perché il finale di questa mise en abyme si perde nell’imprecisione di un indefinito senza alcun messaggio da tramandare se non quello di un ignoto pittore che ferma paesaggi lontani in dipinti solo da contemplare. Ecco. Contemplazione, forse è a questo che serve l’opera in questione: a contemplare lo spazio intimo del suo autore, il quale più che coinvolgere il lettore vuole semplicemente mostrare quello che ha dentro nel modo in cui a lui pare più appropriato, come un attore sul palcoscenico che declama il suo personalissimo monologo. Ed ecco che a supportare quanto appena detto accorre l’ennesima domanda retorica che principia l’ultimo racconto titolato Anima mia, a cui segue uno sfogo o una sorta di confessione nell’io narrante a se stesso, nello stile del diario segreto o della lettera intimista. Poi la chiamata d’attenzione al lettore: «E veniamo a te. Sì. Tu che stai leggendo queste parole. Ne abbiamo fatti di discorsi». E io lettore mi permetto cordialmente di dissentire, gentilissimo io narrante, perché non mi sono mai sentito coinvolto nei tuoi discorsi. Se poi con la seconda persona plurale ti riferisci a te e alla tua anima, allora concordo senza batter ciglio, ma siccome mi pare di carpire che così non è, allora sì, ripeto, mi permetto di dissentire. Tu, narratore, hai fatto i tuoi discorsi e noi ce li siamo appioppati solo perché abbiamo avuto l’occasione di leggerti, ma sei tu che parli con te stesso. Quindi alla fine sono io lettore che mi auguro che tu, narratore, abbia alla fine trovato le tue città perdute e che almeno tu ci abbia capito qualcosa. Concordo con te quando dici che «non tutto può essere capito», ma c’è un limite all’incomprensione e mi sento di affermare che se i tuoi editori avessero prestato più attenzione al modo in cui il narratore presenta le sue città forse noi lettori sfortunati saremmo stati in grado di apprezzare molto di più il viaggio che porta alla loro ricerca, e magari sarebbe stato possibile creare quello spazio necessario per partecipare alla conversazione facendo, assieme a te, tutti quei discorsi. E no, non sto parlando di quei ripetitivi e a tratti disfunzionali spazi grafici tra un periodo e l’altro. Se le frasi brevi, assieme a quei cazzo di “cazzo” che costellano le tue pagine, avevano lo scopo di creare colloquialità e immediatezza, mi spiace dire che non hanno sortito l’effetto sperato, ma ancora una volta voglio dare la responsabilità a editori incompetenti, o forse solo superficiali (che magari è la stessa cosa).
In sintesi, la costruzione nella narrazione è stilizzata, banale, disfunzionale al contenuto che al contrario è ampio, profondo, letterario e filosofico, con scorci sulla nostra società che si trova ormai sull’orlo della perdizione e nella quale l’individuo, messo alle strette, stenta a rimanere a galla. Tutto questo non viene veicolato nel modo giusto e si perde tra cazzi e caps lock.
Concludendo: sarebbe un grande libro, se solo fosse scritto meglio.
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