Le vostre lucine di Natale sono sfavillanti emorroidi dentro al buco del culo del Cristianesimo

Ci siamo presi un paio di settimane per i nostri affaracci personali e senza neanche rendercene conto ci ritroviamo in piena atmosfera natalizia, con i pargoli che scrivono letterine a Babbo Natale e gli elfi/magazzinieri di Amazon a fare il lavoro sporco per lui.

Poi apriamo un social qualsiasi e, siccome la nostra è la pagina di un blog letterario, l’algoritmo ci investe con una valanga di autori emergenti che, indossato il maglioncino delle feste, brandiscono la loro ultima fatica letteraria (dalla copertina orrenda disegnata dal cognato fumettista amatoriale) invitando i loro ottantadue followers a comprarne decine di copie da regalare ad amici e parenti.

Nel frattempo, beceri ministri inviperiti rispondono a contestazioni di studenti di medicina appellandoli “poveri comunisti”. Ora, restando in ambito di critica letteraria, ci sentiamo di riconoscergli comunque l’altissimo valore ambivalente – seppur involontario – di quello che per loro è l’insulto, interpretabile sia come “comunisti privi di disponibilità di beni e mezzi economici”, sia come “persone indigenti aderenti a un’ideologia politica ed economica che mira a creare una società senza classi, basata sulla proprietà collettiva dei mezzi di produzione e sull’eliminazione della proprietà privata, al fine di giungere al superamento delle disuguaglianze sociali e dello sfruttamento”; immagini rese ancor più potenti da quel senso di ambiguità che ci lascia addosso il dubbio legittimo su quale sia, secondo i loro criteri di stronzi e ricchi fascisti, la cosa peggiore: se l’essere poveri o l’essere comunisti.

Ma tra poco è Natale, e i nostri partner potranno scartare i nostri regali comprati a €1,99 su Temu – e niente ipocrisie, ché in questa distopica sagra di capitalismo e diritti umani gettati nel cesso ci stiamo dentro tutti fino al collo, perfino i più virtuosi fra di voi. E a scanso di equivoci e falsi moralismi, vi diciamo che anche chi scrive vi ha ordinato, a più riprese, calzini con teschietti disegnati, felpe 100% in microfibra il cui confezionamento inquina, in proporzione, quanto una pattuglia di jet privati che compiono diciotto circumnavigazioni aeree del globo, e portachiavi che si trasformano, all’occorrenza, in cacciaviti, generatori di corrente da 20 kilowatt e telecomandi universali capaci di reggere l’urto di un utilizzo continuativo per la bellezza di tre giorni.

Tutto questo mentre le guerre smettono di fare notizia piuttosto in fretta, la lotta al vertice del campionato di Serie A è abbastanza serrata da convincervi a spendere €44,99 al mese per Dazn, e Checco Zalone si accinge a ritornare nelle sale con, presumibilmente, gli stessi pattern comici da quindici anni a questa parte.

Ma ragazzi, questa è tutta roba che ci fa stare bene, e non possiamo fare altro che bearcene, godendoci quello che si rivela essere un benefico nettare di tregua esistenziale per noi che siamo il frutto di una generazione che non è mai stata veramente incendiaria, né veramente spensierata; mai totalmente povera né integerrimamente comunista, fra stage di 48 ore settimanali a €800 al mese e il miraggio di una pensione a 96 anni; mentre una serata su Netflix ci arrapa più di una scopata clandestina in un sottoscala e l’idea di comprare un divano da Ikea ci fa dimenticare qualsiasi immagine di bambini palestinesi mutilati capitataci sotto agli occhi mentre scrollavamo Instagram sul cesso alle otto e trenta del mattino.

E per noi che siamo vittime e carnefici di noi stessi, nonché della confusione dei tempi che viviamo, in cui cerchiamo di raschiare il fondo delle nostre ideologie perdute, confidando in un futuro salvato da una generazione che possa, contro ogni previsione, rivelarsi più cazzuta di quanto noi non avremmo neanche mai potuto sperare di essere, non resta che cercare di mantenere la rotta, fra le nostre contraddizioni e i nostri fariseismi, consapevoli di quanto facciamo schifo ma anche di quanto potremmo migliorare (o peggiorare), facendo pace con la nostra pochezza e lasciando che anche quella, accettando sé stessa, possa poco a poco crescere e svilupparsi come un bambino che diventa un uomo, e imparando a distinguere quali siano le cose per cui vale la pena lottare.

E chissà che un giorno, con meno lucine di Natale a recitare la parte di grappoli di sfavillanti emorroidi dentro al buco del culo di un Cristianesimo ormai anche piuttosto fuori moda, nella sua forma migliore e più sana, un manipolo di giovani menti riesca a ripartire, facendo risorgere la civiltà dalle ceneri dell’intolleranza e dei fascismi che ritornano ciclici alla stregua di recidive tumorali, combattendo la miseria umana per elevarla a quei concetti di giustizia e dignità che, mai come in questo momento, stiamo tornando a calpestare con la foga di bulletti dispettosi che esibiscono il loro piglio di futuri sociopatici, tagliando sadicamente la coda alle lucertole e frantumando rabbiosamente gli occhiali dello sfigatello in prima fila.

Detto questo, buone feste del cazzo a tutti.