Confessione di una donna che osò non suicidarsi

Per un romanzo di Apollinaire
che cent’anni dopo mi ci masturbo e vengo
Per i neonati brutti
che magari un giorno si fanno bei ragazzi
Per le crosticine sulle ginocchia
che nessuno ti impedisce di staccare
Per i finali sospesi
delle telenovele scadenti
Per i cento modi che ho ancora
di uccidermi da viva
Per le poesie delle 3 del mattino
che se leggerà qualcuno storcerà il naso

Per queste – che sono le più importanti – e per altre due o tre cose
chiudo il quaderno e me ne vado a letto,
domani ci sarà da divertirsi

Pare proprio che spesso la poesia non sia roba per vecchi.

Ora, se avete una certa età, non scaldatevi: la nostra non è una sentenza ma una semplice constatazione. C’è qualcosa, infatti, nella decade fra i venti e i trent’anni, che ci fa vivere come santoni benedetti, passeggiando su nuvoloni neri, beandoci delle tempeste, afferrando saette con le mani, schioccando baci vigorosi sulle labbra di angeli caduti, inciampando nelle loro ali, srotolate, penzolanti e sconfitte lungo le aride pianure dell’esistenza.

Poi a un certo punto cresciamo, diventiamo felicemente stupidi, o stupidamente felici. Qualcuno di noi riesce perfino a combinare qualcosa, magari trovando un senso da dare alla propria vita, mentre molti altri faranno una fine bruttissima, annegando nella mediocrità, annaspando in una condizione odiata con violenza tutti i giorni che Dio manda in terra ma dalla quale non vogliono affrancarsi, perché rappresenta comunque qualcosa – un porto, una sedia a tavola, un tiepido termosifone mentre fuori gli si gelerebbe il culo, e sentono di non avere più l’età per quel genere di cose.

Iris Aresu, autrice di questa poesia, ci è piaciuta perché sembra avere ancora quel passo svelto che le consente di sfuggire al tempo, alla bufera di noia e tedio che la insegue annusandole le chiappe e pregustando il momento in cui conquisterà anche i suoi, di sogni, soffocandoli come il Grande Capo indiano fa con Jack Nicholson in “Qualcuno volò sul nido del cuculo” – se vi abbiamo spoilerato il finale della pellicola, uscite dalla stanza, per favore.

Auguriamo alla Aresu di correre forte ancora per molte lune, tenendosi strette tutte le cose che lo scrivere quando ci si sente invincibili e allo stesso tempo completamente fottuti porta con sé: la disperazione fra le lenzuola di un letto disfatto, le sbronze in cui uccidiamo, facendoci l’amore, ciò che di oscuro c’è dentro di noi, e quella sorta di tormento nervoso misto a impegno sociale, civile, politico ed esistenziale che trasuda da ogni parola che, per qualche motivo che non ci è dato comprendere appieno, non ha bisogno di essere necessariamente contestualizzata per suonare pregna di significati.

Se avete più di trentacinque anni, quindi, o ne avete settanta ma ve li portate discretamente, o se siete degli sbarbatelli-vecchi-dentro e portate abiti che perfino i vostri padri avrebbero indossato solo in chiesa durante i funerali, beccatevi Apollinaire e le crosticine sulle ginocchia, le poesie scritte alle tre del mattino che sembrano affrontare il mondo a muso duro ma senza quella spavalderia tipica dei maschi alfa con la sindrome del cazzo piccolo. Che poi magari i neonati brutti eravate voi, e chissà se davvero siete migliorati nel tempo, ma quello che è certo è che avete bisogno di poesie di questo tipo, anche se non lo sapete, anche se molti fra di voi sono addirittura convinti del contrario, e credono che questa non sia vera Poesia e continuano quindi a leggere e scrivere puttanate che fanno il verso al Sublime e magari si sentono anche dei cazzo di intellettuali, per questo.

Ragazzi, cercate di lasciarvi andare al flusso di coscienza, che in fondo può essere poco flusso e molta, tanta incoscienza, ché alla fine arriverà il momento in cui scriverete poesie più inutili di quelle che scrivevate a vent’anni. Magari scritte meglio, certo, ma più fittizie. Meno rudimentali, ma più impostate nella voce e nell’attitudine, come quando dovete parlare di fronte a qualcuno che sotto sotto vi mette in soggezione e non ne capite il motivo, e allora vi agitate sulla sedia e gli abiti che avete addosso iniziano a pizzicarvi e vi sentite il calore salire alle tempie e le mani che vi sudano, e improvvisamente vi scappa da cagare.

Ma fino a quel momento, fino a quando la Morte non vi avrà calato le braghe del tutto per possedere il vostro culo stanco, lasciatevi dare un buffetto sulla faccia da una poesia come quella scritta da Iris Aresu, e lasciate che perfino il suo finale imperfetto e così così – un po’ ingenuo e raffazzonato nello stile, che sembra giungere con meno ispirazione poetica rispetto al resto ma con la forza di chi ok, scrive, ma la propria vita se la vive là fuori – vi colga in mezzo agli occhi, facendovi ricordare, qualora lo aveste dimenticato, che la letteratura può essere anche un modo semplice di andare avanti, perfino in un mondo in cui ci sembra complicatissimo esistere, trascorrendo una notte alla volta, tra un quaderno pieno di poesie e due o tre motivi per non suicidarsi.