Le vie dei permalosoni sono infinite

Può capitare a chiunque che leggendo un libro, quello non gli piaccia. E si potrebbe benissimo tenere la cosa per sé stessi, ovvio. Ma nel nostro caso, dal momento che gestiamo un blog letterario, e cerchiamo di fare delle recensioni il nostro mestiere, se un libro non ci piace, lo diciamo pubblicamente. Coi nostri modi, ovvio, le nostre opinioni e i nostri gusti, ed esprimendoci con la voce che ci viene naturale utilizzare e con cui abbiamo scelto di parlare all’interno del nostro spazio.

E quando siamo partiti con questo progetto, ormai qualche mese fa, annunciandolo con toni che qualcuno potrebbe avere interpretato come incendiari, poco convenzionali o addirittura scorretti, non ci aspettavamo nemmeno di arrivare a questo punto: nove recensioni all’attivo di cui soltanto una palesemente negativa. Nelle restanti otto, infatti, possiamo dire di esserci imbattuti in piacevoli scoperte, e in alcuni casi siamo rimasti addirittura entusiasti dell’ottimo livello qualitativo riscontrato. Il che ci ha dato un briciolo di speranza nelle persone, negli autori, nella scrittura come urgenza espressiva e, infine, in certa buona editoria, di cui abbiamo disperatamente bisogno, insieme a voci che abbiano qualcosa da dire e le giuste capacità per farlo.

Ma, ahinoi, quell’unica recensione negativa (che potete leggere qui) proprio non è andata giù al malcapitato autore. Che poi, malcapitato per modo di dire, essendo responsabile del suo libro; e dal momento che la vita dipende dai punti di vista, dobbiamo dire che “malcapitati” ci siamo sentiti noi quando l’abbiamo letto. Ma costui, purtroppo, privo di qualsiasi scintilla di autocritica, ha preso malissimo la nostra recensione, scrivendoci ripetutamente in privato e commentando a tutto spiano i nostri post sui social, accusandoci di essere irrispettosi, di esserci soltanto divertiti a parlare male di lui e della sua arte, e di non capire assolutamente nulla di letteratura. Probabilmente, se avessimo parlato bene del suo capolavoro, ci avrebbe invece salutati come delle creature mitologiche a metà tra Harold Bloom e Bàrberi Squarotti ma pazienza, ormai è andata.

Ecco quindi che, trascorsi alcuni giorni dal fatto, il nostro eroe ci menziona in un post sulla sua pagina Instagram. Cosa già di per sé abbastanza curiosa, per uno che, non appena avevamo pubblicato la recensione sui nostri canali, ci aveva tempestato di email e messaggi privati chiedendoci di eliminare i tag al suo profilo e a quello della sua casa editrice (cosa che abbiamo immediatamente fatto), evidentemente preoccupato che il nostro giudizio sulla sua opera potesse attentare alla sua immagine pubblica. Ne deduciamo dunque che il suo bisogno di privacy sia intermittente, e risponda alla classica dinamica da social network in cui la gente vorrebbe mettere in mostra soltanto il bello di sé, ostentando le vittorie e nascondendo sotto al tappeto la polvere dei fallimenti – che poi “fallimenti”, stiamo parlando di una cazzo di recensione negativa, cristoddio.

Comunque sia, il nostro eroe ci tagga condividendo un articolo scritto di suo pugno – e pubblicato sulla rivista di un suo sodale – nel quale si sfoga raccontando della disavventura di cui è stato ingiustamente vittima: l’aver scritto un libro e averne ricevuto, mannaggia, una recensione molto critica. E si lancia così in una recensione della nostra recensione, esibendosi in quelli che ci sono sembrati non tanto degli scivoloni, che alla fine possono capitare a chiunque, ma la prova inconfutabile di una certa ristrettezza di pensiero, identificabile in quel misto di ottusità e vanagloria già ampiamente esibite quando si era dimostrato così incapace di approcciarsi con umiltà e senso critico a un punto di vista che, disgraziatamente, non incontrava il suo.

Ma facciamoci un’idea della querelle riportando, e analizzandole, alcune sue dichiarazioni.

Dunque, nel suo articolo, che nella didascalia a corredo del post in cui lo condivide egli stesso definisce “un po’ irriverente” (e subito ce lo immaginiamo fare anche un occhiolino, a sottolineare il suo essere un po’ pazzerello), il nostro amico esordisce con “ho condiviso il mio ultimo libro in uno spazio che credevo ironico, aperto, libero”.

Benissimo. E, di grazia, per quale motivo non lo saremmo, ironici, aperti e, soprattutto, liberi? Non aver gradito il suo libro ci etichetta automaticamente come privi di ironia, chiusi in qualche forma di elitarismo o al soldo dei poteri forti? Mistero.

Afferma poi che, dopo aver letto la recensione, ci avrebbe chiesto “lumi in merito al metodo utilizzato per un’analisi filologica e poetica” dei suoi testi, e che per tutta risposta gli sarebbe stato detto che chiunque entri nel nostro blog deve accettare di essere sbeffeggiato da noi che a quanto pare passeremmo le nostre giornate a insultare la gente ricavandone un perverso godimento.

Insomma, due menzogne nello spazio di pochissime righe: primo, perché il nostro caro autore non ci ha mai chiesto lumi, ma si è limitato a commentare piccato i nostri post con frasi del tipo “fortunatamente c’è gente che non fa il verso a Lercio a cui è piaciuta” o “prima di parlare di poesia, provate almeno a capirla”; secondo, la risposta a cui fa riferimento il permalosone è in realtà un commento ricevuto da un altro utente che, candidamente, gli consigliava di non prendersela così a male e di non fare tutte queste storie, ché alla fine aveva semplicemente ricevuto delle critiche negative, e che già solo inviando il suo manoscritto a un blog letterario avrebbe dovuto mettere in conto l’eventualità che il suo lavoro potesse anche non piacere e, di conseguenza, essere smontato, ovviamente coi modi e i toni propri della linea editoriale di quel blog. Risposta che sinceramente ci sentiamo di condividere appieno, ma che a onor di cronaca non è provenuta da noi.

Subito dopo prosegue a illustrarci cos’è una recensione, perché evidentemente siamo troppo imbecilli per saperlo da noi, affermando che “la buona recensione non ha l’obiettivo di distruggere, ma di comprendere. Non giudica, ma interpreta. […] Può essere severa, certo, ma solo se poggia su una lettura attenta”, ignorando, a nostro avviso, che proprio a seguito della comprensione si possa giungere a quella che egli definisce, vittimisticamente, una distruzione; che proprio a seguito dell’interpretazione possa arrivare il giudizio; e che, guarda un po’, potremmo essere stati severi proprio dopo quella “lettura attenta” che nella maniera più professionale possibile cerchiamo di dedicare a ogni autore che a noi si rivolge. In sintesi, pur non essendo stato accanto a noi mentre leggevamo il suo libro, il nostro permalosone ha la pretesa di sapere come lo abbiamo letto, con quale livello di attenzione, e soprattutto cosa le nostre menti bacate e incompetenti ne abbiano capito.

Ci accusa poi di “ironia fine a sé stessa”, di “sarcasmo gratuito” e di “ricerca dell’effetto”, e di non fare critica ma spettacolo. Scusa, amico, se non ti abbiamo chiesto consigli sulla nostra linea editoriale: adesso chiudiamo il blog e ne apriamo un altro nominandoti direttore e trattenendo ogni respiro e scorreggia che non abbia ricevuto il tuo benestare. Così va bene?

Ciò che l’autore proprio non ha digerito, e che ha preso così sul personale, è stata la nostra critica ad alcuni argomenti e alcune figure (troppo) ricorrenti nella sua (già mediocre e scolastica) scrittura, ovvero la genitorialità e l’immagine dell’amore smisurato di un padre per la propria figlia: elementi che avevamo semplicemente trovato ripetitivi, poveri di ispirazione, di forza espressiva nonché di originalità e, di conseguenza, piuttosto stucchevoli. Il che ci sembra una pura constatazione di carattere critico e ovviamente – ci sembra anche assurdo dover stare qui a puntualizzarlo – non un attacco di carattere personale nei confronti di qualcuno che, in fin dei conti, ignoravamo chi diavolo fosse fino a un attimo prima. D’altronde, da lettori, immaginate di sfogliare una raccolta di poesie in cui la maggior parte di esse trattano, alla fine, sempre lo stesso argomento: non vi verrebbe da dire, a un certo punto, “però, che palle, sembra un disco rotto”? Ecco, è esattamente quello che è successo a noi.

Ma apriti cielo: per il permalosone ci siamo trasformati in bestie di Satana, esseri ignominiosi che non solo ignorano cosa significhi avere dei figli (come se lui fosse poi l’unico, sul pianeta, ad essersi riprodotto) ma che addirittura, per mero diletto e compiaciuta maleducazione, stanno lì a farsi beffe della sua famiglia. E forse proprio per enfatizzare questo punto decide di giocarsi la carta finale, concludendo la sua fatica cronachistica in odore di Pulitzer con l’asso pigliatutto “se stiamo parlando di poesia, amerei che la si trattasse come la più dolce e la più soave delle dame: mia figlia”.

E niente. Pure qua ha dovuto infilarci la figlia, a testimonianza di come, nella nostra recensione, c’avessimo comunque visto giusto.

In conclusione, dunque, chiudendo la questione e augurandoci di non doverla riprendere in futuro, cosa possiamo dire di aver imparato da questa esperienza? Lui, probabilmente, un cazzo.

Noi invece qualcosa sì.

Abbiamo capito che, se su nove libri recensiti soltanto uno non ce n’è piaciuto, la nostra idea di mostrarci così selettivi, sinceri e “spietati” (al fine di scoraggiare dal contattarci coloro i quali sono troppo pieni di sé e delle proprie presunte abilità letterarie) si è rivelata corretta. E non perché gli scrittori mediocri e arroganti impareranno qualcosa grazie a noi, ma semplicemente perché crediamo che sia giusto dare spazio a chi lo merita un po’ di più.

E abbiamo capito che, se su nove autori esaminati, otto hanno accolto le nostre (ovviamente opinabili) critiche con un giusto spirito di crescita, confronto, dialogo, e senza urlare allo scandalo per non aver visto pienamente riconosciuto il loro talento letterario, e soltanto uno si è addirittura preoccupato di scrivere un trattato di lesa maestà, forse è il caso di tenere in conto la statistica: o gli otto autori sono dei cretini smidollati, o l’unico permalosone avrebbe potuto approfittare dell’occasione per farsi due chiacchiere con chi ha idee differenti dalle sue. Senza contare che il tempo impiegato a scrivere quella polemica sproloquiante sarebbe stato forse speso meglio nel provare a comporre qualche poesia che fosse migliore di quelle che avevamo recensito. Ecco, in quel caso forse la letteratura avrebbe vinto.

Ma evidentemente, signori, non era questo il giorno.