Se il nostro blog fosse un racconto sarebbe qualcosa del genere

Recensione di “Didì, di Luana Troncanetti (autopubblicazione)

Luana Troncanetti è un’autrice che teniamo d’occhio da un po’. Col suo curriculum di tutto rispetto e uno stile che scorre via in maniera sapiente e piuttosto personale, non possiamo definirla proprio un’esordiente, dal momento che è sulla scena editoriale ormai da qualche annetto. Avevamo già in fase di valutazione un suo romanzo, ma nel frattempo ci siamo imbattuti nel suo ultimo racconto breve, Didì, che ha conquistato la medaglia d’argento al concorso Il racconto nel cassetto di quest’anno. Il che è curioso, se consideriamo che si tratta di un lavoro che si pone come una vera e propria presa per il culo nei confronti dei premi letterari, oltre che di tutta quella gente contro cui noi, dalle pagine del nostro blog, ci siamo tante volte scagliati, nel tentativo di metterne in luce il ridicolo: ovvero quegli autori così pieni di sé e contemporaneamente così vuoti di qualsiasi talento, che non si capisce per chissà quale motivo, ma i due aspetti sono quasi sempre direttamente proporzionali – o forse il motivo è fin troppo semplice: l’uno è la diretta conseguenza dell’altro, e viceversa.

Fatto sta che la giuria del Racconto nel cassetto ha dimostrato di avere un discreto senso dell’umorismo – tanto di cappello a loro, dunque: non sappiamo se questo basterà a farci rivalutare il mondo (spesso pacchiano) dei premi letterari, ma per il momento va bene così. E siamo contenti che il racconto della Troncanetti abbia ricevuto un più che meritato riconoscimento, perché raramente ci è capitato di leggere tanta arguzia e tanto lucido e giustificato cinismo in un racconto per certi versi semplicissimo, ma che fa della testimonianza circa le dinamiche di un settore per lo più sconosciuto ai non addetti ai lavori una feroce denuncia di stampo artistico e morale. E riesce a farlo, per giunta, nello spazio ridottissimo di un racconto breve: trenta pagine che si leggono scorrevolmente in una ventina di minuti, l’equivalente approssimativo di una sfilza di dodici reel su Instagram e degli highlights dei principali scontri salvezza dell’ultima giornata di Serie B; il tutto consumato sul cesso, nello spazio di una dignitosa cagata mattutina che vi rimette in pace col mondo.

Ora, il terreno dei racconti brevi può essere insidioso. Nonostante possa apparire come una zona di comfort per lo scrittore inesperto ma giudizioso che non si sente ancora pronto per il grande salto del romanzo, chiunque abbia mai provato a scrivere qualcosa che vada al di là della lista della spesa sa quanto possa essere paradossalmente molto difficile sintetizzare, lavorare di sottrazione e mantenere la rotta in un orizzonte ben definito, piuttosto che prendersela comoda e dilungarsi in torrenti di parole, finendo il più delle volte per spingere in gola al lettore un cucchiaino ricolmo delle proprie impegnatissime istanze, troppo preziose per permettere che vadano perdute per strada nel distratto processo di fruizione a cui il povero cristo che ha comprato il libro sta andando incontro. La Troncanetti invece no, non cede alla tentazione di spararsi un lungo pistolotto con la pretesa di prendersi sul serio, e la sua penna fluisce ispirata a delineare la breve ma efficacissima storia di questo pessimo scrittore, Mario Delli Ficorelli, tanto incapace quanto vanitoso, che da anni fa incetta di premi letterari di scarso valore assegnatigli dalle giurie di qualità delle peggio sagre di paese dello Stivale: menzioni d’onore, premi della critica, cesti di prodotti alimentari, consegnati in quegli eventi imbarazzanti alla presenza di un pubblico di otto pensionati facenti parte del club del libro del posto. Fino a quando, un giorno, il Nostro riceve una mail che gli annuncia di essere stato inserito nella rosa dei finalisti del Premio Penne Inchiostrate, sezione Noir. Ed eccolo lì, a pregustare il bramato riconoscimento, con colpevole ritardo da parte di una critica miope e ottusa, del proprio indiscusso talento letterario così a lungo e ostinatamente ignorato. Si recherà così alla premiazione, in compagnia della sua compagna Didì, che da anni gli sta accanto, pur sopportandolo ormai sempre meno in questa sua folle rincorsa al sogno di vedersi riconosciuto come il più grande intellettuale italiano vivente…

Non intendiamo spoilerare oltre la storia, anche perché l’ebook costa 0,99 centesimi su Amazon (potete acquistarlo qui), e sarebbero i 0,99 centesimi meglio spesi della vostra vita – o comunque su di un ideale podio dei migliori acquisti, insieme a una manciata di caramelle e a mezzo biglietto dell’autobus acquistato e coscienziosamente obliterato proprio nel giorno in cui un destino benevolo e spiritoso vi piazza davvero al cospetto di una squadraccia di controllori, mettendovi così nella posizione di poterglielo sbattere fieramente sotto al naso, da veri cittadini modello che subito dopo, sull’onda dello scampato pericolo, si lanciano in una populista contestazione della scarsa qualità dei trasporti al grido di “noi poveri cittadini paghiamo le tasse però quaranta minuti di attesa per un bus del cazzo, porca troia, il solito magna magna, poi però il biglietto lo volete vedere, e se uno non ce l’ha gli fate pure la multa, questo è lo Stato Italiano, ah ma io d’ora in poi non lo faccio più il biglietto, poi venite pure a farmi la multa, mi raccomando… Questa volta però il biglietto ce l’ho, eccolo, Signor Controllore, sono un tipo onesto, io, ma questa è l’ultima volta, lo giuro, mi cascassero le…”

Scusate, ci siamo fatti prendere la mano.

Tornando alla Troncanetti, colpisce, della sua scrittura, un’ironia affilata e dosata col bilancino di chi padroneggia l’arte del prendere per il culo il prossimo – sempre che quello lo meriti, sia chiaro. E siamo tutti d’accordo che, nel caso specifico, la presa per il culo nei confronti dei soggetti rappresentati è meritatissima: la merita Mario Delli Ficorelli, prototipo di scrittore incapace eppure così fastidiosamente arrogante, e la meritano nondimeno coloro che organizzano tutti quegli inutili premi letterari di cui pullula tristemente il nostro intero territorio nazionale, facendo la felicità delle pro loco che possono così riempire i calendari estivi di paese, e il cui risultato sono quelle dimenticabili serate di fine agosto in cui un lampadato presentatore autoctono dal marcatissimo accento dialettale locale accoglie, sudando dentro al suo completo da pappone, scrittori di mezza età con l’aria da professori di liceo vergini, poetesse crepuscolari in menopausa col trucco pesante da battona Anni Settanta, e giovanotti che passano più tempo a cercare di apparire maledetti nei loro contenuti social piuttosto che leggere quattro pagine di un qualsiasi libro che non sia stato scritto da loro.

Ecco allora che un’ironia spietata come quella di Luana Troncanetti appare come un’oasi in un desolante deserto di scrittori egomaniaci che si prendono troppo sul serio, avvelenandosi la vita e seminando rancore in un ambiente, quello editoriale, già di per sé inquinato da dinamiche di potere e assurde rivalità tra poveracci privi di talento e che, soprattutto, non hanno un cazzo da dire. Sarà per questo che abbiamo trovato nella Troncanetti una sorta di anima affine, e leggendo il suo racconto abbiamo avuto la sensazione che, se questo spazio in cui stiamo investendo il nostro tempo e le nostre energie fosse un racconto, anziché un blog, potrebbe benissimo somigliare a qualcosa del genere.