Recensione di “Supermarket Blues”, di Doriana Comandè (Another Coffee Stories)
Il problema non è tanto che ad alcuni possa non piacere il blues, o il jazz. Il problema non sono neanche quelli che l’ascoltano per darsi un tono, certa musica, né i puristi che la suonano con la solerzia di un amanuense e la freddezza di uno psicopatico, ignorando che il dolore può manifestarsi più in un bending eseguito male che in un torrente di note perfette.
Certo, non è gente con cui ci piacerebbe bere, ma il problema non sono loro, o almeno non del tutto.
Lo diventano nel momento in cui ti dicono che non amano fare la spesa, né tantomeno farla in un supermercato notturno. Probabilmente non vi hanno mai nemmeno messo piede, in uno di quei capannoni aperti h24 che si stagliano come oasi di luce nel parcheggio buio di una fredda e bagnata città metropolitana: poveri idioti che sanno sentire ma non ascoltare, suonare una chitarra o un basso ma incapaci di toccare le corde della gente, e che continuano a comprare roba nei supermercati a mezzogiorno, ostinandosi a dribblare vecchie con carrellini. Oppure sessantenni tristi che vanno a fare la spesa soltanto per poter fuggire mezz’ora da casa e che, indecisi sulla verdura da comprare si piantano lì, in mezzo alle corsie, pensierosi, incuranti del vortice di persone che gli girano intorno e che vorrebbero solo avanzare senza ritrovarseli tra i piedi a bloccare il passaggio, tra caschi di banane biologiche e mocciosi appena prelevati da scuola che urlano come piccoli stronzetti, neanche si trovassero al luna park. No, grazie: tenetevi, cari i nostri bastardi, i supermercati di mezzogiorno, e lasciateci quelli aperti di notte, quando possiamo gironzolare per i reparti semideserti, contemplando scaffali pieni di roba che non ci occorre – perché siamo pur sempre vittime del capitalismo, ma in certi orari perfino la sensazione di esser tenuti stretti per le palle appare più poetica. Quindi, se siete pronti a scendere a patti con la vostra pochezza, le vostre sconfitte, le vostre solitudini e gli angoli più oscuri della vostra già discutibile anima, andiamo avanti, e immergiamoci in Supermarket Blues di Doriana Comandè (Another Coffee Stories).
Ve lo diciamo subito, ché non siamo tipi avvezzi al clickbait in cui il verdetto andrebbe rivelato solo alla fine così da farvi leggere l’intero articolo: questo libro ci è piaciuto. E molto, anche.
Abbiamo qualche riserva? Certo che ce l’abbiamo.
Ma mai come in questo caso, le riserve ci sembrano piccoli insignificanti peli in quello che è un gran bell’uovo cucinato come Cristo comanda. E per “gran bell’uovo” intendiamo non solo il risultato finale, ma lo stile complessivo della scrittura dell’autrice, e di come, pur non risaltando per qualche particolare originalità tecnica o espressiva, riesca a mantenersi su di un tono pulito e a tratti ricercato senza sfociare quasi mai nella verbosità: semplice ma elegante; puntuale ma non freddo; ottimamente padroneggiato nel lessico e, di conseguenza, capace di restituire atmosfere ed emozioni attraverso l’uso di parole che appaiono scelte con cura proprio per evitare di appesantire la narrazione. Che poi sarebbero le basi del mestiere di scrittore, e il fatto che ce ne stupiamo, quando le troviamo così ben messe in pratica, la dice lunga sulla merda dilagante nella quale anneghiamo, soprattutto quando si parla di autori più o meno esordienti.
Eh già, perché la Comandè confeziona un intreccio di storie, ognuna di esse approfondita in un capitolo dedicato, che piano piano vanno a comporre un mosaico di esistenze che hanno come punto d’incontro il supermarket aperto tutta la notte che ritroviamo nel titolo, e che costituisce una sorta di purgatorio benevolo in cui le anime smarrite di tutti quegli uomini e quelle donne che hanno perso la bussola, o subìto una qualsiasi perdita, possono ritrovare qualcosa, che può essere un po’ di serenità, un sollievo che deriva dall’ascoltare della rilassante musica jazz passata in filodiffusione, oppure dall’incontrare qualcuno che gli faccia capire di essere ancora in grado di affezionarsi, emozionarsi, ritrovando la voglia di fare un altro giro sulla giostra dell’esistenza nonostante possa sembrare, in certi momenti della vita, che la biglietteria abbia chiuso i battenti per sempre.
L’autrice riesce a tenere il punto per tutta la durata della storia, prendendosi i suoi tempi (anche piuttosto dilatati, dal momento che viaggiamo sulle duecentocinquanta pagine) ma senza farcelo mai pesare con momenti morti o approfondimenti noiosi. E tenete presente che si tratta di un lavoro in cui i personaggi e le loro psicologie vengono sviscerati in maniera pressoché totale, permettendoci di entrare negli anfratti più nascosti delle loro personalità, contorte e complicate come può esserlo l’universo personale di ognuno di noi, e nei risvolti ora stagnanti, ora tempestosi, delle loro storie; tutte, in un modo o nell’altro, segnate dalle piccole grandi difficoltà della vita: un obiettivo fallito, un’aspettativa delusa, un sogno tradito o, semplicemente, qualcosa che è andato come non avremmo voluto.
Potremmo definirlo un romanzo polifonico, dunque (andando a scomodare Michail Bachtin), un coro di voci che si intrecciano fra di loro, incontrandosi solo di sfuggita, sfiorandosi appena, oppure intessendo rapporti più profondi e finendo per influenzarsi intensamente: il tutto sullo sfondo di un posto franco in cui ci si rivela tutti uguali, nottambuli, in cerca di qualcosa, ognuno col proprio fardello di speranze e disillusioni.
E riusciamo a vederli tutti, questi spiriti solitari, grazie al tempo che gli viene dedicato nel corso della narrazione, come se si trovassero sul vetrino di un microscopio intento a scandagliare le loro vite, danzando fra le più disparate tematiche spinose in quello che avrebbe potuto benissimo trasformarsi in un minestrone a base di cliché e istanze che strizzano l’occhio al politicamente corretto. Ma attenzione: non avviene mai. Questo perché Doriana Comandè ci sembra dotata di una sensibilità rara, capace di esprimersi dolcemente col piglio equilibrato di chi, nella vita, sembra aver capito chi voler essere, probabilmente senza neanche esserne troppo consapevole. Ma non potrebbe essere altrimenti, a nostro avviso. Perché chiunque altro, nel confezionare questa storia, avrebbe potuto combinare un pasticcio tremendo, mentre si ritrovava lì a tratteggiare le vicende di una bionda ex attrice di spot promozionali, velenosamente soprannominata dalle vicine di casa “la soubrettina sul viale del tramonto”, o della schiera di quarantenni che si ritrovano estremamente diversi da come si erano immaginati un decennio prima, passando per la ragazza con disturbi alimentari che preferisce fare il turno di notte per non correre il rischio di alzarsi dal letto e andare a svuotare il frigo, un padre separato alle prese con un figlio in pre-adolescenza improvvisamente così difficile da comprendere o, ancora, della madre di famiglia che ha l’impressione di aver appeso al chiodo la propria giovinezza e non può “più neanche dimenticare di fare la spesa, perché è questo il genere di dimenticanza che provoca tragedie nella tua vita quotidiana”; ma basta girare l’angolo di questo sentiero letterario lastricato di storie ed eccoci di fronte a un’altra donna che deve invece fare i conti col non poter avere figli – un’altra tragedia, diversa ma uguale nel senso di avvilimento che può restituire, soprattutto quando capita che una cosa del genere riesca a distruggere una coppia ed è possibile sentire i pensieri maligni della gente: “Se avessero avuto dei figli, forse, suo marito non l’avrebbe lasciata”, “Se avesse dei figli, ora non sarebbe così sola”, “Chissà se suo marito, adesso, avrà dei figli con l’altra”.
Un campionario di occasioni perdute e situazioni dal sapore dolceamaro, dunque, fra il tempo che sembra sfuggirci tra le dita e un continuo turbinio di tentativi di raccapezzarsi in un’esistenza indecifrabile e ingestibile, cercando di far fronte alle burrasche degli eventi e, subito dopo, di non sprofondare nelle sabbie mobili della depressione e della resa totale.
Ed è in tutti questi momenti, così diversi tra loro eppure così simili nell’ospitare la variegata fauna di disgraziati che affollano il nostro mondo, che Doriana Comandè sembra augurarsi che ognuno possa trovare il proprio momento di quiete: quel supermercato notturno, popolato da commesse gentili, una guardia giurata che ricorda Walt Whitman e un fornaio che confeziona personalmente playlist di musica jazz. Quasi come se quel posto fosse un piccolo rifugio di tranquilla malinconia in cui dar modo alle ferite di rimarginarsi e guarire, poco a poco, una notte per volta, tra un assolo di John Coltrane e uno di Miles Davis, in una compagnia solidale e silenziosa di persone che meritano non solo una seconda occasione, ma magari anche una terza, e una quarta.
Nota: questo articolo contiene link affiliati. Se pensi che lo facciamo per soldi, hai ragione. Ma vedi, il dominio del sito non si paga da solo, e non abbiamo un paparino che ci fa un bonifico per il tempo speso a scrivere e pubblicare ogni singola recensione. Acquistando da questo link, invece, noi riceveremo una piccola commissione, che a te non costa nulla ma ci aiuterà a sopravvivere. E non ringraziarci per questa opportunità di compiere l’unica buona azione della tua giornata, o dell’intera settimana: non siamo qui per giudicarti.
