Giustiziata

Domani verrò giustiziata.
Pubblicamente impiccata.

Cappio pedana, una piazza a guardare
i miei piedi scomposti scalciare,
cric crac, osso del collo,
sarà la mia morte,
il mio atto finale.

Domani verrò giustiziata.
Oggi mi sento turbata.
Turbata, null’altro.
Del resto che potrei fare
se non stare
qui ad aspettare.

Adesso mi sento turbata.
Fra poco sarò disperata,
piangente anche forse,
penosa meschina, colante
di lacrime e muco.
E disperazione.

Disperata.
Guardami, son disperata.
Mai stata così addolorata.
Senz’aria né sogni né vita.
E già mi son rassegnata.
Domani sarò giustiziata.
Appesa. Impiccata.

La lingua cadrà giù dalla mia bocca.

Ed io avrò perso
tutte le parole.

Non sappiamo se sia un caso che per la seconda settimana consecutiva ci ritroviamo a selezionare per la nostra rubrica una poesia di una persona che oltre a scrivere versi fa anche della stand-up comedy. Ci è successo la settimana scorsa con Massimiliano Sonsogno, e replichiamo oggi con Alice Umana e la sua Giustiziata.

Proviamo a contestualizzare la cosa. Giorgio Montanini, uno dei miglior comedian italiani – nonché pioniere del genere in Italia da una quindicina d’anni a questa parte -, raccontava in un’intervista di qualche anno fa di come Caparezza parlasse della stand-up come della forma d’arte che andava sostituendosi al rap per quanto riguardava il ruolo di critica e protesta all’interno della società. Sconcertante l’idea di essere in ritardo di cinquant’anni rispetto all’America, certo, ma restava il fatto che questo tipo di comicità corrosiva, prendendo le distanze da certi stilemi del cabaret e dell’avanspettacolo propri della cultura teatrale nostrana, intendeva porre l’accento sulle ipocrisie e le contraddizioni della società attraverso un uso affilato e consapevole delle parole e delle loro sfumature, danzando sul filo della crudezza, della metafora e della logica stringente nello stesso giro di valzer di un monologo scritto con chirurgiche pennellate dialettiche e oratorie.

Ecco quindi che, alla luce di una simile attenzione posta al potere della scrittura come veicolo di istanze, invettive e stilettate, non stupisce più di tanto che dalla penna di un comico possa venir fuori nondimeno una potente espressività poetica.

Prendiamo in esame la poesia in questione. L’autrice sembra subito mettere sul piatto i pensieri di morte con cui qualsiasi persona intelligente e sensibile si arrovella il cervello più di quanto molti idioti così felicemente entusiasti della vita non faranno mai nel corso della loro lunga e inutile esistenza: quelli arriveranno alla tomba senza neanche accorgersene, e avranno vissuto in pieno una vita senza pretese. Sono loro i più furbi, senza dubbio – eh già, le fortune capitano sempre agli altri. Pazienza. I poeti invece sono dei coglioni che si rovinano da soli un’esistenza breve e rivoltante, passando metà di quella a fallire come membri di una società che non capiscono e dalla quale non vengono capiti, e l’altra metà a scriverne. Capite la fregatura?

E così al pensiero della morte può capitare di dedicare molte energie e nottate insonni, cullandosi nelle elucubrazioni in proposito e tentando di esorcizzarla allo stesso tempo. Ed è quello che ci sembra fare Alice Umana. Innanzitutto ci riporta alla mente il Dostoevskij de L’idiota, quando il principe Myskin si interroga su come possa venir rappresentata in un dipinto l’espressione di un condannato a morte sul patibolo – episodio drammaticamente autobiografico, considerato che Dostoevskij stesso si ritrovò condannato alla fucilazione per poi essere informato, un attimo prima degli spari fatali, di aver ricevuto in grazia la sospensione della pena di morte e la sua commutazione in lavori forzati.

L’autrice si immagina grosso modo nella stessa situazione, raccontandocelo in un ritmo sincopato e quasi fastidiosamente rimato, a rimarcare un’opprimente regolarità di oggetti di scena e risposte corporee: al legno della pedana e alla corda del cappio corrisponde uno scalciare scomposto di piedi e il sinistro suono dell’osso del collo che si frattura. E in tutto questo, dinanzi a un pubblico che assiste morboso allo spettacolo della morte quale forma d’intrattenimento e severo monito di disciplina da parte di un potere che lo tiene per le palle, la condannata si scopre appena turbata, quasi non realizzando ciò a cui sta andando incontro. Ed è quando la consapevolezza prende il sopravvento che l’esplosione delle emozioni erutta dall’animo umano con la forza della vita che si aggrappa a sé stessa, rendendola “disperata”, “addolorata”, “colante / di lacrime e muco”, apprestandosi a rimanere “senz’aria né sogni né vita”.

Ora, pur avendo trovato questa poesia stilisticamente imperfetta, parecchio cesellabile e migliorabile, e debitrice di una formazione per certi versi piuttosto manierista, è il finale che ci ha convinti a inserirla nella nostra rubrica: l’autrice scrive infatti “La lingua cadrà giù dalla mia bocca. / Ed io avrò perso / tutte le parole”. Abbiamo trovato poetico e straziante come l’ultimo pensiero di una persona che muore sia rivolto alla perdita della propria libertà di espressione. Quella, è la vera sconfitta: la propria bocca imbavagliata per sempre, le proprie parole che scivolano tramortite e sbiadiscono nel sangue di una lingua mozzata, un collo spezzato dal cappio dell’autorità a fare spettacolo sul patibolo di una volgarissima pubblica piazza. Immaginiamo che è questo quello che succede quando un artista viene ucciso, metaforicamente o letteralmente che sia. Prendete un Pasolini, e diteci se davvero faticate a immaginarlo al posto della protagonista di questa poesia, o se davvero vi sentite di affermare che oggi, in questo preciso periodo storico di violenza, fascismo e becera ignoranza al governo, l’esecuzione capitale degli artisti e dei liberi pensatori vi sembra un’eventualità così remota.

Alice Umana, con la sua poesia, ha messo in primo piano l’amore per la parola, sottolineando l’importanza dell’unica cosa che ci distingue dagli animali, oltre che dagli stronzi che le parole le sporcano, vomitandole dalle loro bocche bavose per parlare alla pancia di quella parte più disgustosamente ottusa e intollerante del genere umano. E per rappresentarla, la parola, rendendole giustizia, ci ha messi di fronte al dramma di vedercela strappata, un po’ come quando ci si rende conto della comodità dell’avere l’acqua corrente in casa solamente quando ce la tolgono per mezza giornata a causa di un guasto alle tubature dell’acquedotto, e dareste via una fetta di culo per potervi lavare i denti senza star lì a centellinarne le gocce.

Ecco, la prossima volta che vi tolgono l’acqua e vi trovate di fronte a quel senso di perdita e impotenza, pensate a tutte le parole che vi scorrono davanti ogni giorno, quando aprite il rubinetto dei social e della televisione, fra reel di influencer idioti, telegiornali di regime dare notizia di riforme e decreti legge scritti alla cazzo di cane, canzoni composte da autori sempre più inquietantemente simili ad asettiche intelligenze artificiali che vendono l’anima all’algoritmo di Tik Tok, e avvertitene lo spreco. Allora, potrebbe anche ritornarvi in mente l’immagine del patibolo, e con esso, quello scenario di morte così tragico e dolorosamente disarmante quando le vittime designate al gioco sono proprio i poeti, gli artisti, e tutti coloro che esprimono delle idee.