Lamento di un casellante

Guardo il mondo passare,
in fila indiana, tutti ordinati,
al di là dei vetri appannati
di una prigione
in cui sono libero di essere
ciò che vogliono le altre persone.
Sfilano davanti ai miei occhi
come personaggi delle favole,
come carri di carnevale pieni di marmocchi,
e non ci si può affezionare,
fa male
vederli andare
e sapere che non li potrò ricordare.
E passa una signora elegante
che sembra arrivare dall’altra parte del mondo,
o un ragazzo impaurito
che stringe il volante
come chi si attacca alla vita,
come chi al prossimo tornante
proverà a farla finita.
Ora è il turno di un vecchio distratto
che non ricorda la strada per casa,
ora un matto
che si ferma a parlare
convinto di avermi conosciuto al militare.
E passa chi sorride,
chi piange di nascosto,
chi sta cercando il suo posto
e chi l’ha appena perso.
Li conosco tutti,
e per un minuto
mi piacerebbe essere d’aiuto,
ma non è il mio ruolo,
e la vita è un volo
in cui si è tutti amici
soltanto finché si condivide la paura di precipitare al suolo.
Io garantisco il passaggio,
la continuazione del viaggio
di milioni di persone,
e mi sento il personaggio
sfocato sullo sfondo
che non trova posto
nemmeno nei titoli di coda,
ma non siate banali:
non è questa la lamentela,
è che aprendo lo sportello
per fare entrare tutte queste vite
mi si gelano
il cuore e le mani.
Ora il clima è mite
ma sarà sempre meno clemente,
e mi mancherà quel calore rassicurante
che porta con sé la sensazione
di essere interessante,
ma se l’alternativa è la disoccupazione
fate conto non sia importante:
è solo il lamento di un casellante.

Immaginate insegnare religione e contemporaneamente fare della stand up comedy. La prima potrebbe fornire materiale interessante per la seconda, e forse è per questo che Massimiliano Sonsogno persegue questo progetto diabolico: il suo ruolo di professore magari è soltanto una missione sotto copertura per stanare le ipocrisie della fede istituzionalizzata e farne monologhi incazzati sul palco. O più probabilmente no, e ci stiamo scrivendo questa mediocre sceneggiatura in testa solamente nel tentativo di spiegarci un simile accostamento che ai nostri occhi comuni appare così singolare e contraddittorio.

Quello che sappiamo per certo, è che il Sonsogno ci segue con attenzione da un po’, e con la medesima solerzia e curiosità facciamo noi con lui: abbiamo un suo manoscritto in valutazione, nel quale riponiamo una discreta dose di fiducia, e contiamo di pubblicarne presto la recensione; in attesa di quella – che ovviamente non sappiamo quanto ci vorrà perché a recensirvi siamo una manciata di stronzi che tolgono tempo alla propria vita privata e per questo motivo si ritrovano sempre con l’acqua alla gola nel rispettare il calendario editoriale impostogli dall’algoritmo social, nonché dalla pigrizia dell’utente medio che se non li vede pubblicare un contenuto a settimana li dà per dispersi e dimentica perfino che quelli siano mai esistiti – intendiamo dedicarci a una sua poesia, che ci ha inviato con qualche remora, mettendo le mani avanti e definendosi un poeta piuttosto scarso.

Ora, se fare della poesia volesse significare scrivere con una grazia totalmente diversa dalla prosa, scandendo un ritmo di parole e pensieri che non sia dettato dal semplice andare a capo ma sostenuto da una qualche forza magica che fa librare nell’aere immagini auliche e sublimi, allora il Sonsogno si rivelerebbe lo scarso poeta che dichiara di essere; ma siccome a noi dell’aere quale veicolo di concetti elevatissimi e inarrivabili non ce ne frega un cazzo, e ci troviamo più a nostro agio fra poesie masticate e strappate dai muri con le unghie, o fra versi che non facciano il verso al versificare smorto di lingue morte o moribonde da parte di poetucoli intellettualmente e spiritualmente mortissimi (per quanto loro affermino di sentirsi decisamente vivi e vitali mentre ci scartavetrano i coglioni con il loro panteistico cicalare di infinito e boiate simili), il Sonsogno ci appare la cifra di poeta o aspirante tale che maggiormente riusciamo ad apprezzare: un normalissimo figlio di puttana che parla, attingendo alla propria sensibilità di persona e di artista, della merda che gli sta intorno.

E come nella migliore tradizione di quell’arte che vuole farsi testimonianza del Tempo e delle umane tragedie, il suo scrivere versi fa dell’andare a capo un istintivo giocare col ritmo e il respiro, tratteggiando atmosfere nebbiose e dense di significato, e abbandonandosi nella forma di un occhio che indugia sulle stronzate e le contraddizioni esistenziali delle persone e dei loro ruoli sociali, restituendo a chi legge un’istantanea vaga e nitida allo stesso tempo – un po’ come se ci si immergesse sott’acqua all’improvviso, e dopo un primo momento in cui la vista fatica a contemplare il buco del culo di un pescecane in quella profonda oscurità di misteri oceanici, Poseidone accorresse poi in nostro aiuto porgendoci una maschera da sub e dicendoci “tieni: con questa, perfino il più stretto dei buchi di culo del più timido dei pescecani non avrà il minimo segreto per te”.

Non sappiamo se la metafora sia chiara, comunque il buco del culo a cui Sonsogno ci fa dedicare è quello di un casellante, un povero bastardo che vede scorrere torrenti di vita dinanzi a sé mettendo da parte la propria, di vita; e mentre eserciti di viaggiatori attraversano il varco di cui egli è custode, si rende conto di vedere l’esistenza passare e sfuggirgli tra le mani, incapace di trattenere tra le dita qualsiasi granello di storia o sfumatura, condannato com’è all’impossibilità di compiere il viaggio della propria vita in un mondo in cui tutti sembrano avere un posto da raggiungere. Tutto ciò che resta da fare, al nostro casellante, non potendo essere utile a qualcuno, né tantomeno recitare una parte minimamente rilevante in quel rito che garantisce “il passaggio, / la continuazione del viaggio / di milioni di persone”, è continuare a rendersi testimone di quell’umanità variegata e disperata che passa sotto i suoi occhi di impiegato autostradale, concedendosi giusto un lamento, malinconico e dignitoso come può esserlo soltanto quello di noi povere smarrite teste di cazzo che affolliamo il pianeta svolgendo, tutti i giorni, un qualunque lavoro tristissimo che rigira il coltello consunto della mediocrità nella ferita aperta delle nostre delusioni.

Sonsogno prende questo casellante e ce lo sbatte sotto al naso, e noi lo comprendiamo e ci immedesimiamo in lui perché potremmo benissimo ritrovarci al suo posto, con la stessa sensazione di impotenza e di stare buttando nel cesso quella vita che un tempo credevamo di poter controllare a nostro piacimento, dandole una direzione con colpi decisi assestati ai suoi fianchi, grosso modo come farebbe un cazzo di cowboy quando gioca di speroni argentati sui fianchi del proprio destriero, mentre un sole infuocato si staglia sulla linea del deserto e le montagne rocciose all’orizzonte sono quegli ostacoli che pensavamo di poter superare agilmente, un giorno, ma la verità è che probabilmente non avremo mai neanche modo di arrivarci, ché nella vita non tutti nascono sceriffi o avventurosi ladri di bestiame ma c’è anche chi nasce, cresce e muore come casellante in un mondo in cui tutti vanno da qualche parte, ma in pochissimi si chiedono davvero quale sia la dannata ragione del viaggio.