La ballata di Rossi Mario
Uscì di casa presto, il buon Rossi Mario,
con passo deciso, e sguardo temerario.
Pestò per sbaglio, nel suo itinerario,
una cacca molle – gesto involontario.Arrivò trafelato, visibilmente olente,
al colloquio sognato da tanto… e, niente,
scoprì con un lampo, brutalmente,
che l’appuntamento era stato il giorno precedente.
Già vi vediamo storcere il naso, all’idea che il componimento in questione sia stato scelto per aprire la nostra nuova rubrica dedicata alla poesia. In particolare ci immaginiamo tutti i poeti che ci hanno mandato le loro impegnatissime opere, quelle che vorrebbero librarsi con grazia lirica nel cielo di un rinnovato e contemporaneo stilnovismo ma che in realtà se ne stanno lì, tese e concentrate al punto che solleticandole gli si farebbe scappare una grossa e rumorosa scorreggia, pensare “ok, questi non capiscono un cazzo, io gli ho dato della cioccolata e loro hanno preferito della merda fumante”.
E noi, invece, non avremmo potuto immaginare un esordio migliore, per questa rubrica, se non appunto far girare le palle a quei poeti che oggi, nel 2025, scrivono come se si trovassero alla corte di Federico II, e pretendono di parlare di concetti elevatissimi tipo la trasmigrazione dell’anima, il panteismo e qualche complesso spirituale con cui si arrovellano il cervello. Ecco quindi che in nostro aiuto accorre il signor G.R. (ci tiene a precisare che tiene famiglia, e per questo ci chiede di mantenere l’anonimato), che ci manda questa sua Ballata di Rossi Mario, con l’aria scanzonata di chi si diverte a giocare con le stronzate, ma anche con la consapevolezza che, a ben guardare, le stronzate, nel nostro mondo disgraziato, sono ben altre.
Ora, non siamo i tipi che impazziscono per certa critica letteraria che gode al suono della propria voce cianciare di significati reconditi, concetti nascosti tra le pieghe dell’immaginazione, sempre lì alla ricerca di questa o quella reminiscenza che fa capolino tra un verso e l’altro e con l’occhio attento a stanare la più pallida e sbiadita allegoria, quasi si trattasse di uno sport agonistico in cui vince chi la spara più grossa nell’attribuire agli autori panzane artificiose che mai e poi mai gli hanno nemmeno sfiorato il pensiero – e detto tra noi, i poeti neostilnovisti del 2025 sognano, nell’intimità delle proprie camerette, che un giorno i suddetti critici si masturberanno a questa maniera sui loro lavori, e così seguitano a scrivere le loro parole pesanti e vuote che vorrebbero dire tutto e non dicono niente; poi escono dalla cameretta perché mamma gli ha preparato la cena, mangiano, non si offrono nemmeno di lavare i piatti e ritornano alla loro scrivania con tanto di Mac da 1.200€ a comporre le loro rime leggiadre e immortali.
Non ci fa impazzire l’idea di queste pratiche poco intellettuali e molto onanistiche, dicevamo, ma siccome siamo un blog letterario che prova a proporre una propria idea di critica letteraria, prestiamoci al gioco – che poi tanto gioco non è, se proviamo un po’ a fare sul serio, e allora cazzo, diamoci da fare e proviamo a vedere cosa c’è in questa poesia che potrebbe sembrare una stronzata ma che magari non lo è fino in fondo.
Vogliamo partire dal titolo? Aggiudicato.
“Rossi Mario” ci sembra già fare il verso al concetto di spersonalizzazione, il tizio medio, anonimo, che potrebbe essere chiunque e che in America, tanto per capirci, chiamerebbero John Doe. Oppure, per restare in ambito letterario, vi basterà pensare all’equivalente britannico Winston Smith, che guarda caso George Orwell utilizza in 1984 per ritrarre un povero cristo imbrigliato in una società del cazzo, mai protagonista ma soltanto comparsa nella sceneggiatura della propria vita di merda.
E il Nostro in quella merda si barcamena, e nei rari momenti in cui il mondo non gliela sta spingendo in gola a cucchiaiate, ovviamente la pesta. E tutto questo per cosa? Per un “colloquio sognato da tanto”, che già così ci fa rabbrividire, all’idea di quali siano i nostri sogni e aspirazioni nel quadro di un contesto violentemente capitalista e votato al profitto come quello in cui il mondo occidentale vive, dove interi eserciti di “Rossi Mario” si alzano alle sei del mattino per sgomitare nel traffico e raggiungere un ostile luogo di lavoro in cui qualcuno più ricco e potente di loro si divertirà con le loro chiappe, concedendogli in cambio quattro miseri spicci, quanto gli basta per vivere e tenerli lontani dal cappio appeso al lampadario. E questo grigio e squallido posto è il loro Nirvana, o almeno lo sarebbe, se non fosse che perfino raggiungerlo si rivela una fottutissima impresa, e potrebbe capitare non solo di pestare merde grosse come maxi profiteroles, ma pure di sbagliare giorno, perdendo tempo e speranza, e assaporando il retrogusto amaro delle occasioni mancate e di un’esistenza che va a puttane. E per questi poveri stronzi, sbagliare giorno in alcuni casi può significare aver sbagliato completamente vita, perché se manchi il posto giusto al momento giusto, potrebbe benissimo non ricapitarti mai più l’opportunità di allineare il tuo pianetino del cazzo nell’ellissi orbitale del sistema sociale in cui ti hanno sbattuto, e allora addio, levati pure dalle palle, ché la tua occasione l’hai avuta e rimanendo qui a lamentarti stai solo rubando tempo al coglione dopo di te che ci sta provando.
Ed ecco fatto, signori: una stronzatina in rima che sembra nata per sorridere racchiude in due quartine la vita che tutti noi conduciamo e che a volte ci illudiamo di controllare, fra una merda sotto al tacco della scarpa e un’opportunità gettata alle ortiche. Come non trovare, dunque, in questa poesiola senza pretese, mille significati in più rispetto a molte delle cagate con cui ci avete sommersi in questi giorni? Poesie drammatiche e tragiche, austere e sospiranti, che trattate come se fossero portagioie che contengono la vostra anima quando in realtà quella ha la decenza di starsene zitta e buona in un angolo delle vostre viscere, e a parlare, rivestendola di ignobili, futili e pacchiani ornamenti, è soltanto il vostro ego titanico, o la vostra pesantezza che rifiuta di arrendersi al cazzeggio, o peggio ancora, la vostra assoluta incapacità di ridere e rilassarvi.
Insomma, quello che vogliamo dirvi è che non dovete scrivere a tutti i costi, soprattutto se pensate che scrivere voglia dire per forza maneggiare l’arcano, svelare il grande disegno del destino o chi per lui, tratteggiare i fianchi sinuosi della conoscenza o dell’esistenzialismo, perché ragazzi, parliamoci chiaro: come diceva qualcuno, tutti noi non siamo altro che piccole zecche rivoltanti sul dorso del grande cane pulcioso dell’universo, e presto quello ci si scrollerà tutti di dosso.
Fino ad allora, ordinate qualcosa da bere, e abortite spensieratamente la prossima poesia spaccamaroni che avevate in canna. Se lo fate, potremmo perfino offrirvi il prossimo giro.
