Se non si piange quando si legge, allora leggere non serve a niente

Recensione di “Il varco, di P. M. Mucciolo (autopubblicazione)

Vi sfido a scrivere una recensione di un romanzo che sia dettagliata a sufficienza da farvi venire voglia di leggerlo – oppure di non leggerlo – senza farvi uno spoiler da antologia; ma facciamo al contrario, facciamo che voi state sfidando me e che io accetti la sfida.

Una certa – o meglio, un’incerta P. M. Mucciolo, perché quella dirimente vocale finale si rivela soltanto grazie a un dettaglio minuto infilato a tradimento nei ringraziamenti (peraltro apprezzabili, almeno quelli leggeteli)… Dicevo: un’incerta P. M. Mucciolo si mette in testa di scrivere di un certo dentista depresso di nome Doc. E questo è uno di quei momenti in cui bisogna trattenersi dal gettare tutto nel camino, perché in fondo ne vale la pena, e non solo perché quel coso per leggere gli ebook costa un fottio. È come se la Nostra ci dicesse “stronzi, se vi va di sentire una buona storia dovete prima superare tutta una serie di cliché e di battute scadenti”, una sorta di cammino iniziatico, e il fatto è strano perché di solito gli incipit dovrebbero svenarsi per catturare il più possibile la nostra curiosità. C’è da pensare che il vero problema, con gli incipit, sia proprio l’ansia da prestazione. Infatti, a voler pazientare, Mucciolo rivela di essere dotata di umorismo e audacia, sa il fatto suo al punto da permettersi di sfidare il lettore sul suo stesso terreno di gioco; e in tutta onestà, per come la vede il sottoscritto, alla fine vince pure.

Se si ha la pazienza di attendere il capitolo 3 – lo so, due capitoli quasi a vuoto sono molti, specialmente se sono quelli iniziali, ma vabbè – si corre il rischio di venire ripagati. A un certo punto, messi da parte i cliché e certe uscite evitabili, a pagina 48 uno dei vertici della mia bocca – non so se il destro o il sinistro – comincia mio malgrado a sollevarsi, mio malgrado perché i pregiudizi e la diffidenza sono la cosa più difficile da far cadere, sia perché sono cose che ci fanno affezionare e sia perché siamo fondamentalmente stronzi e malevoli; inoltre, c’è il fatto che le mie labbra sono bastarde ed è difficile farle sollevare.

Le conversazioni fra il nostro Doc e una volpe conosciuta in un mondo parallelo in cui accadono cose agghiaccianti ai bambini – dunque tutto sommato non così diverso dal nostro – hanno la giusta dose di humour, sono azzeccate, riescono a mantenere il tono della narrazione scorrevole e a far venire voglia di voltare pagina, che per chi non lo sapesse è la cosa più importante per un libro che abbia l’ambizione di essere letto (sembrerà superfluo, ma vi assicuro che ce ne sono molti che questa ambizione non ce l’hanno mai avuta e stanno bene così). Alcune pagine ci portano nel passato di Doc, ci permettono di toccarlo con mano e staccarlo dalla tappezzeria, di posare lo sguardo su di lui e sulla maniera in cui lui posa lo sguardo sul mondo, e a qualche debole di cuore (come il sottoscritto) possono arrivare persino a strappare qualche lacrimuccia. Una cosa che non dispiace affatto, perché se non si piange quando si legge allora leggere non serve a un bel niente.

La volpe è una citazione letteraria che cattura e che non può non farci piacere, ma che desta in chi legge una certa pretesa, perché se osi citare quelli grossi allora ti tocca mantenere la barra dritta e se sgarri i cazzi sono solo tuoi. Anche qui, bisogna dire che Mucciolo (non sono sicuro nemmeno su dove vada l’accento…) non delude. Ci aggiunge anche una chiave di lettura psicanalitica che a qualcuno che ha letto qualcosa in più della voce “Sigmund Freud” su Wikipedia – che comunque contiene un sacco di roba – potrebbe apparire scolastica e a un tanto al chilo: a mio avviso, sarebbe stato meglio non rivelare proprio tutto al lettore, lasciandogli così il beneficio di sentirsi un po’ meno deficiente di quanto probabilmente è ma non vuole ammettere. E qui dentro ci metto anche il sottoscritto. A tratti, però, si ha la sensazione che il desiderio dell’autrice di riannodare tutti i fili sia dovuto più al fatto di non aver fornito elementi a sufficienza al lettore per annodarseli da sé; che è quello che Mucciolo, a quanto pare, avrebbe voluto, forse sottovalutando la possibilità di suggerire soltanto dei possibili finali, senza necessariamente farli convergere verso un’unica soluzione. Certo, esiste anche la possibilità, non poi così remota, che il sottoscritto abbia ignorato dei segnali grossi quanto un autotreno snodato a quattro assi, qualunque cosa esso sia.

Ma cerchiamo di essere più buoni, che com’è noto il mondo fa già abbastanza cagare di suo. Dunque, se mi state chiedendo se lo rileggerei, magari fra una ventina d’anni, vi dico di sì. Se non me lo state chiedendo, invece, cazzi vostri.