Recensione di “Incudini e farfalle”, di Marco Petruzzella (Edizioni La Gru)
Esiste una definizione di Poesia?
Già ci vediamo il sapientone di turno fare un controllo incrociato tra la Treccani e Wikipedia e venire qui a dirci la sua.
La nostra risposta, invece, è no.
E non ci interessa tanto masturbarci circa i caratteri tecnici ed estetici del genere letterario in sé – nonostante capiti di imbattersi ancora oggi in gente che scrive poesie come se stesse componendo la Gerusalemme Liberata, o facendo il verso al Giacomo Leopardi meno in vena, e che richiederebbe ampi approfondimenti – quanto interrogarci sul dove, come e quando il senso del poetico sprigioni la sua potenza espressiva, prendendoci a sberle e affogandoci in un dolcissimo mare di malinconia in cui poterci crogiolare senza rotture di coglioni da parte del mondo esterno.
Allora ecco che no, non esiste una definizione di Poesia, e non possiamo permetterci di incasellarla in coordinate tecniche entro le quali tutto ciò che vi si muove si eleva allo status di sublime o di quel crudo realismo capace di prenderci per le palle e non lasciarci andare. Non esiste una definizione di tutto questo, così come, d’altronde, di nessun’altra cosa. L’unica certezza è che ognuno potrebbe avere la propria, di definizione, e guai a contestargliela: in quel caso attiverebbe la modalità pistolotto intellettuale circa il concetto di soggettività, portandolo all’estremo e arrivando quindi, potenzialmente, a giustificare perfino l’ingiustificabile – tipo un Governo Meloni.
Insomma, abbiamo capito che tutto questo star qui a cianciare di Poesia equivale, per citare Frank Zappa, “a ballare di architettura”: non ha alcun senso. E assodato che ognuno potrebbe vederla laddove quella non abbia invece mai messo piede – e viceversa – dedichiamoci al particolare senza tutta questa smania di voler sviscerare il generale, nella speranza che il quadro ci si farà limpido fra molti anni, un attimo prima di tirare le cuoia, alla fine di una vita condotta a tratti immoralmente, libro dopo libro e recensione dopo recensione, e procediamo a occuparci della silloge di Marco Petruzzella: Incudini e farfalle, edito da Edizioni La Gru.
Beh, qualora quella Poesia di cui abbiamo già così abbondantemente parlato abbia mai fatto visita al Petruzzella, crediamo che avrebbe almeno potuto presentarglisi in una veste più originale della combo “incudine/farfalla” atta a ribadire quel noioso cliché “pesantezza/leggerezza”, “sacro/profano”, “realismo/lirismo” perché ok, poeti, abbiamo capito che vi dilettate in una forma d’arte per certi versi anacronistica e universalmente considerata come la pesantezza-fatta-genere-letterario e ci tenete, al contempo, a rivendicare il vostro tentativo di rinnovarla rivestendola di una scioltezza più digeribile e adatta ai tempi che viviamo; peccato però che ci riusciate davvero in pochi a farlo, e il Petruzzella, con tutta la buona volontà, non ci è parso rientrare fra questi.
La “colpa” principale del nostro amico è quella di essere diventato padre. Sappiamo che detta così suona malissimo, ma lasciateci spiegare.
Ciò che vogliamo dire è che procreare piccoli bocconcini di pelle talcata ha il potere di rincoglionire felicemente i più, che si ritrovano improvvisamente dinanzi al miracolo della Vita senza capire più un cazzo per la gioia, al punto che perfino le caterve di pannolini ripieni di merda brodosa profumano, alle loro narici trasognate, di dolce nettare divino e salvifica essenza orientale. Tutto bellissimo, eh. Il problema è che questo improvviso e meraviglioso rincoglionimento, spesso e volentieri, comporta anche un violento e in alcuni casi irrimediabile annullamento dell’ispirazione artistica – sempre che uno ce l’abbia mai avuta, sia chiaro.
Ragazzi, non è per fare gli stronzi, ma ci vengono in mente davvero una manciata di casi in cui un artista sia riuscito a trattare la felicità senza renderla stucchevole. Per restare in tema genitorialità, ad esempio, recuperate, se non la conoscete, Raggio di sole di De Gregori, e avrete uno dei rari episodi in cui capirete cosa significhi sentir parlare un padre di un figlio (nel caso di De Gregori addirittura due gemelli) che gli piomba nella vita senza avere l’impressione di ritrovarsi di fronte a chi pubblica foto del proprio pargolo sui social coprendone il viso con emoticon dagli occhi a cuoricino.
Purtroppo il Petruzzella ci appare un po’ in questa veste, quando ci racconta della sua piccola “pallina d’amore” che sa “di latte e stella” o “di pane e mortadella”, e anche se possiamo aver apprezzato l’efficacia di qualche immagine, come quella di “una scarpa di una bambola / che mi sale su per il naso / quando dormo sul divano”, per il resto ci ha annoiati alla stregua di quei neogenitori che a cena vogliono mostrarti a tutti i costi le quattrocentododici foto del figlio che hanno nella galleria del telefono aspettandosi che tu ti sciolga in maniera teatralissima e a tratti emotivamente instabile dinanzi a ognuna di loro. Ci sentiamo dunque di consigliare ai poeti di godersi felicità simili, crescendo i propri figli e crescendo insieme a loro, ma di tenersi la scrittura per le cose che li fanno incazzare, ché nella maggior parte dei casi, le poesie migliori nascono proprio dai rodimenti di culo.
E infatti, un piacevole sussulto lo proviamo all’inizio della poesia Fabio, quando Petruzzella sbotta con un “Mi rubasti la ragazza / spilungone maledetto”.
Oh, finalmente, un po’ di sangue e arena.
Se avesse continuato a insultare Fabio ne sarebbe venuto fuori qualcosa di intrigante, e tutti noi saremmo tornati con la mente alle nostre persone amate e perdute in favore di qualcuno più figo di noi che ce le ha strappate via, e con loro, una fetta consistente della nostra felicità del tempo – o almeno così credevamo. Ma invece no, Fabio se la cava con quel timido rimbrotto e la cosa finisce praticamente lì: dannazione, questo tizio si incazza davvero troppo poco. Probabilmente è troppo un bravo cristo per poter essere uno scrittore interessante.
E questo ci viene confermato dal diretto interessato quando si chiede “Cosa accade alla mia Poesia? / Cosa provate leggendola? / Cosa vi accade guardandola? / Percepite il parapiglia?”
A parte che una domanda del genere un poeta non dovrebbe mai farsela: tutto quello che dovrebbe fare è cagare la propria merda letteraria sulla testa delle persone e poi sbattersene, e continuare dritto per la propria strada.
E riguardo al parapiglia, no, non lo percepiamo. A dire il vero, a noi non sembra neanche esserci, tutto questo parapiglia. E se anche ci fosse, il fatto che non venga fuori in nessun modo è la prova che qui tutto è da rivedere.
E poi, se il problema fosse solo l’assenza del parapiglia, sarebbe già qualcosa, ché a conti fatti, la poesia potrebbe essere anche altro: idillio, gioco, delusione, presa per il culo, spaesamento, tristezza & calembours, barzelletta & suicidio-con-sostanze-psicotrope, e alla fine potrebbe andar bene più o meno tutto. La faccenda si fa invece purtroppo seria quando ci imbattiamo in una poesia come quella che porta il titolo Un cinese. Tenetevi forte:
“C’è un cinese / ch’è ciociaro, / non si cheta e fa caciara / Lui m’ approccia a sto balilla / con le urla d’un gorilla / Come addí non so’ cinese / sono nato in Ciociaria.
Questa é l’italianità / che mi piace e mi conforta / che la sento proprio mia.
Poi Negroni e baby dance / mi schiariscono la via.
Tra le pieghe del nonsense / tra giostrette e gavettoni / so’ cinese / mecojoni!”
Questa poesia è tremenda. Tutta. Dall’inizio alla fine. Nella forma e nel contenuto, nell’intenzione e nella messa in pratica.
Al netto dei numerosi refusi, per i quali all’editor che se n’è occupato bisognerebbe ritirare non solo il diploma delle superiori, ma anche la patente di guida e la tessera punti del supermercato, il fastidio maggiore proviene da quell’entusiastico e provincialistico gusto di ritrovare l’italianità (come se fosse un valore) in un cinese ciociaro la cui parlata vorrebbe essere simpaticamente restituita attraverso artifici dialettali molto malamente gestiti già in fase di scrittura, ancor prima che di editing. Se avessimo diciassette anni non esiteremmo a definire il tutto cringe. Purtroppo, però, abbiamo qualche anno in più sulle spalle, e la definizione che più ci sembra corretta è “grandissima cagata”.
Non ce ne voglia il buon Petruzzella, niente di personale, ma ci sentiamo davvero inermi di fronte a questa raccolta. Seppure qualche singola immagine, o frase, in alcune poesie, sembrasse poter contenere in sé una scintilla di qualcosa che avrebbe potuto essere, alla fine non lo è mai, mancando sempre di mantenere ciò che flebilmente pareva promettere, e non riusciamo davvero a trovare qualcosa che possa anche minimamente salvare l’intero lavoro da quel mare di libri che vorrebbero tanto essere qualcosa ma non ci riescono, semplicemente perché non lo sono.
Quindi gli auguriamo di riuscire a fare di meglio la prossima volta, perché per il momento proprio non ci siamo. E la cosa ci dispiace.
Voi nel frattempo scegliete cosa fare della vostra vita: se accoppiarvi e mettere al mondo piccole creaturine smarrite, o scrivere poesie infuocate forti del fatto che nella vostra esistenza del cazzo non avete poi così tanto da perdere. Se invece volete fare entrambe le cose, beh dovrete stupirci il doppio di quanto già dovreste fare normalmente. E non è detto che non possiate perfino riuscirci.
Quindi, Cristo, datevi da fare, siete ancora qui?
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