Udite udite, c’è anche chi non paga per pubblicare

Qualche settimana fa vi abbiamo riportato la testimonianza di chi era caduto preda di una rete di sciacalli dell’editoria – simpaticoni che gli avevano ripulito le tasche di oltre trentamila euro – per cosa? Per pubblicare un libro, e poi presentarlo in situazioni grottesche che in confronto la “Sagra del Maccherone” sembra la Mostra del Cinema di Venezia, e pubblicizzarlo all’inverosimile a suon di recensioni posticce; il tutto condito da grandissime leccate di culo atte a tenersi buona questa gallina scribacchina dalle uova d’oro – una delle tante, sia chiaro.

Eh già, perché di scrittori esordienti o semi-esordienti che cullano il sogno di accaparrarsi il Premio Campiello passando per la porta di servizio delle sponsorizzate, è pieno il mondo, e soffermare lo sguardo sulla distesa sterminata di questi ingenuotti & sgomitanti scrittorini amatoriali restituisce un senso di sconforto tale da farci augurare che lo scenario imploda sotto i colpi della stupidità umana, dissolvendosi in una nube di nauseante insensatezza come una flatulenza di Dio dopo che Quello ha cominciato a seguire una dieta sacra a base di fibre benedette.

A rincuorarci, però, può capitare di ricevere un punto di vista diverso, meno ingenuo, più navigato – o forse semplicemente smaliziato quanto basta per non inciampare nelle trappole disseminate dai professionisti dell’inculata. Ma soprattutto, un punto di vista che arriva da chi scrive “per mestiere” da qualche tempo, sforzandosi di tenere il punto su di una cosa in nome della propria onestà intellettuale: “perché pagare per qualcosa che posso ottenere col talento, l’impegno, la perseveranza, e possibilmente senza sputtanare la mia dignità di persona e di professionista?”. In poche parole, stiamo parlando di quel concetto, sentito e risentito al punto da diventare un noioso cliché – eppure ancora così sfuggente e dai contorni impalpabili ed eterei, che risponde al nome di “meritocrazia”.

Insomma, non è per star qui a fare noiosi discorsoni sull’autodeterminazione, ma vogliamo condividere con voi il contributo arrivatoci in redazione da una scrittrice un po’ più che esordiente, e che, sebbene abbia alle spalle una carriera di tutto rispetto, abbiamo deciso, di comune accordo, di mantenere anonima.

“Perché continuare su questa linea di anonimato e non metterci la faccia?”, potrebbe obiettare qualcuno. Fondamentalmente perché qui nessuno vuole rotture di cazzo, e dato che viviamo in un mondo in cui ognuno, sui propri canali social, ha già le sue belle gatte da pelare, la scrittrice in questione ci ha chiesto candidamente di evitare di procurargliene altre. Inoltre, farne il nome non servirebbe a nulla se non a soddisfare il voyeurismo dei curiosoni – che in ogni caso, se bazzicano l’ambiente, potrebbero comunque risalire alla sua identità leggendo, tra le righe della sua testimonianza, aneddoti e situazioni raccontate.

Vi lasciamo dunque alle sue parole, che abbiamo trovato preziose, sperando che possano aiutare più di qualcuno, rappresentando magari un flebile lumicino per coloro che muovono i propri incerti passi sul campo minato dell’editoria. E scusate se è poco…

Così (non) fan tutti

Infierire su chi cade in certe trappole equivale a sparare sulla Croce Rossa, lo so. Ma il mio intento è diverso: raccontare come persone spesso inconsapevoli, figlie della convinzione che non esistano altri mezzi, alimentino lo sciacallaggio di chi specula sui sogni di gloria. Riassumo il concetto in tre parole: così fan tutti. Se non ti adegui, ti appiccicano addosso l’etichetta di stronza. O snob. Spesso entrambe le qualifiche. Così, per non lesinare alcun demerito speciale. 

Non ho mai pagato per pubblicare, per presentare un romanzo, mai per essere recensita con oltraggiosi copia/incolla della quarta di copertina e due parolette in croce a corredare lo squallore; ho atteso con tranquillità il mio momento, vissuto la fortuna di ricevere tanti riscontri di lettura genuini e gratuiti. Non mi è MAI passato per l’anticamera del cervello di svuotare il portafoglio, persuasa fin dagli esordi che fosse svilente.  

A credere che gli alieni come me siano irragionevoli, parecchi sciacalli. Saremmo noi quelli fuori fase, non chi si piega all’assurdo. Tipo quei librai che ti offrono la sala, basta cedere l’ultimo rene funzionante per il disturbo. Fatto curioso: nel corso di tre lustri, in altri luoghi identici, non mi hanno mai spillato un centesimo per presentare. Ohibò, che fortunella. 

Oppure chi affitta spazi in nome della CuRtura, come l’associazione alla quale mi rivolsi senza star lì a sfoggiare curriculum e l’elenco dei tanti premi letterari conquistati: ostentazioni di pessimo gusto che ho sempre evitato. Optai per un educato buongiorno e allegai la scheda tecnica del libro appena uscito, trama, bio ridotta all’osso. Richiesi info per poter fissare una data in base alla loro disponibilità/eventuale interesse al mio lavoro.   

Tempo mezz’ora, ricevetti il listino prezzi del buffet. Come se avessi chiesto un preventivo per organizzare la festa dei miei cinquant’anni con il raffinato surplus di appetitosi spogliarellisti ad allietare il taglio della torta. Neanche un “buongiorno”, ma vi pare possibile? Uno sterile allegato. Nessun cenno al romanzo proposto né una parola nel corpo della mail. Molto interessati, invece, a quale combo finger food/prosecchino avrei scelto e a quanti ospiti avrei procurato. Figo! Una claque prezzolata, avrei potuto addirittura scegliere la quantità! Sciocca io, che avevo sempre potuto contare su lettori autentici, magari in numero contenuto, ma gratis. Come non pensarci prima? Un bel selfone da schiaffare sui social con la sala piena al modico prezzo di un’utilitaria superaccessoriata, chi non ne approfitterebbe? Tanti, suppongo. Troppi, temo. Così, gente come me riceve un listino prezzi, invece di un’autentica risposta.   

Tra quanti inorridiscono al rifiuto di finire in rosso, i presunti organizzatori di PrestiGGiosi Festival con un distinguo inossidabile: ai famosi tutte le spese pagate, gli altri devono arrangiarsi. Se osi declinare la vantaggiosa offerta, visto che magari ti costringe a prendere l’aereo, sei una snob pregna d’ingratitudine. Ora. Reperire i finanziamenti prima di organizzare il tutto non è fantascienza. Si. Può. Fareee! Dignità è l’invito di chi sceglie proprio te, non un contorno qualsiasi da affiancare ai vip di turno per una defezione dell’ultimo istante.

Non sono così rigida: accetto proposte anche non completamente gratuite. La differenza è il modo in cui ti contattano: “Slot tematici… (non ghetti solofemmineconletette per implementare le quote rosa)… abbiamo apprezzato il tuo libro e saresti perfetta insieme a colleghi che affrontano lo stesso argomento. Non possiamo offrirti un gettone di presenza (ci mancherebbe, mica sono la Rowling), però abiti a 100 km (attenzione a dove vivi, chi sei, quanto sbattimento ti comporterebbe raggiungere la location), puoi arrivare in macchina o in treno senza svenarti. Veniamo a prenderti in stazione, il relatore è innamorato di come scrivi, possiamo offrirti solo una pizzetta a fine serata e un B&B senza troppe pretese, vieni?” Certo che vengo. Questa, per me, è dignità.

Un altro aneddoto per raccontare alternative al pagamento: tanti anni fa, un sito piuttosto noto esponeva in home page banner pubblicitari di romanzi dignitosi affiancati ad altri con refusi/orrori grammaticali persino sul titolo. Per sfizio, inviai una mail: gentilmente, mi dite modalità e costi del servizio? Prezzi tutto sommato contenuti, ma sarei finita in una vetrina per denaro, non per merito: un numeretto sperso nell’infinito della matematica. Ringraziai per l’offerta, rifiutai il pacco e andai avanti. Anche in quest’occasione, ricevetti la velata accusa di stronzaggine.    

Qualche mese più tardi, ottenni gratis il mio banner: rientrava nei premi del concorso letterario organizzato proprio da loro – prima classificata su sessantaquattro partecipanti. Tra questi, autori molto esperti: alcuni in appendice ai Gialli Mondadori. Ci pubblicarono in dieci in un’antologia molto curata, nella prefazione le motivazioni dei giurati di qualità per i tre sul podio. Il racconto della stronza apriva la raccolta. Per il valore riconosciuto, e non perché così fan tutti. Eppure era il mio primo esperimento di scrittura noir.

Squallore esemplare anche l’episodio di una distinta signora, Suprema Baronessa Della CuRtura. Come sono entrata in contatto con lei? La vittoria a un altro concorso. Quest’intellettuale organizza… COSE. Definirli eventi o progetti culturali è iperbolico. Lo schema base consiste nel salasso di minimo duecento euro per affittare un banchetto espositivo in una delle sue Fiere dell’Est. Qualcosa di una tristezza assoluta, tipo dimostrazione della Tupperware senza neanche le vicine di casa precettate all’acquisto e il sottofondo della cassiera del Carrefour adiacente che grida al collega di recarsi con urgenza in postazione 2. 

Mi ha tampinata per un paio d’anni con proposte… inaccettabili, per mantenermi la signora che sono. Ho declinato con tatto ogni offerta tenendo sempre il punto: per una questione di coerenza, più che di budget, mi comporto in modo strano fin dagli esordi. Per quale forma di rincoglionimento senile, dopo anni di onesta attenzione di lettori e recensori, avrei dovuto mettermi a sborsare cifre assurde? Insisteva, ovvio. Sfinita, le ho segnalato un paio di pregresse occasioni di visibilità che addirittura alcuni vip faticherebbero a conquistare gratuitamente (botte di culo, dai, capitano ogni tanto). Perché avrei dovuto aderire a una delle sue… COSE? Si indispettì vomitandomi addosso competenze, titoli, esperienze consolidate (in cosa? Rapina a mano disarmata?). Per giustificare l’assurdo di una tangente improduttiva, improvvisò una supercazzola con citazioni in greco, latino, altre lingue morte a caso: sembrava Pindaro sotto LSD.

Concludo con un invito alla riflessione e un consiglio non richiesto.

Tema: i concorsi letterari. Vale la pena spendere centinaia di euro, attraversare mezzo mondo per una PrestiGGiosa cerimonia di premiazione e tornarsene a casa con una targa o, nella migliore delle ipotesi, un cesto di prodotti regionali?

Il consiglio: prima di accettare proposte dai contattisti random con promesse di straordinaria visibilità, controllate se – putacaso – le reaction ai loro post/reel siano addirittura inferiori alle vostre. Se utilizzano grafiche pacchiane con caratteri in comics, animazioni cringe e frecce glitterate per evidenziare il capolavoro di turno in quegli spazi. Giova alla vostra immagine? (per poi tacere del conto corrente).  

Nel mio caso specifico (quello di chiunque scriva da più di cinque minuti), divertitevi a spiazzare chi vi definisce “esordiente” e si macchia dell’approccio copia/incolla: “Il Tuo Libro!!111!!!”. Senza spocchia, mica ho inventato il sistema per scindere l’atomo a mani nude, è solo che infesto il panorama editoriale da un congruo numero di anni, rispondo serafica: “Quale dei miei libri?” Rimangono qualche istante a disegnare cerchietti in un angolo (esiste Google, eh? Basta un secondo per risolvere l’oscuro quesito), eliminano subito il “segui” su IG. Prima di dissolversi, magari pensano “Ma guarda tu sta stronza!”

Rido come una scema tutte le volte.