Eroi superdotati tra pulp e distopia

Recensione di “La Bassa – Saga di Tre Palmi”, di Stefano Fratoni e Davide Ponchione (Bookabook)

Fra i manoscritti che ci sono arrivati in redazione da quando abbiamo aperto questo blog, un numero altissimo e per certi versi inconsueto di lavori riguarda il territorio della distopia, del futuro crudo e oppressivo di stampo golpista e dittatoriale, ora più apertamente sanguinario, ora più sottilmente e psicologicamente totalitaristico. Sembra quasi che gli scrittori emergenti contemporanei, più o meno capaci, avvertano il bisogno di esorcizzare un futuro di merda che appare scontato fantasticandoci e vomitandolo sulla carta: vuoi nella speranza di essere smentiti nella realtà, vuoi per l’orgoglio di poter esclamare, nel 2045, sotto la frusta di bisonti umanoidi che li costringono ai lavori forzati in una cava, “ah, signora mia, io l’avevo detto anni fa nel mio romanzo d’esordio autopubblicato che saremmo finiti così”. Ci piace tuttavia immaginare che l’ego degli scrittori non arrivi fino a questo punto, e nonostante ci sentiamo piuttosto frastornati da questa improvvisa impennata di ottimismo nei loro confronti, ci rincuora la consapevolezza di non trovarci, almeno nel caso del libro di cui ci occupiamo oggi, di fronte a un simile scenario.

Già, perché Stefano Fratoni e Davide Ponchione, che insieme costituiscono un singolare “Collettivo Scrittori e Contadini”, ci hanno mandato il loro La Bassa – Saga di Tre Palmi (Bookabook) con qualche riserva iniziale: sono liguri, ci hanno detto via mail, e dar via la roba gratis gli fa sempre girare un po’ le balle. Poi devono aver vinto la loro atavica ritrosia e si sono decisi a farci entrare nel loro mondo post-apocalittico in cui “da ricca pianura alluvionale sfrigolante di attività industriali e di servizi, aziende agricole e artigianali, paesini e metropoli, la Bassa era diventata sito di produzione agrovoltaico”: ovvero una zona in cui non piove da cinquantatré anni, dove l’acqua viene resa potabile desalinizzandola tramite osmosi e filtraggio, e una distesa di pannelli energetici viene controllata da remoto dal Governo. In tutto questo, gli abitanti del posto sono abbandonati a sé stessi, e al di fuori di questa sorta di riserva in cui vivono relegati, laggiù, oltre le montagne, ignorano in quali condizioni versi il mondo: esistono ancora delle città? Qualcun altro è sopravvissuto? E se sì, come se la passa?

Spinto da questo comprensibilissimo desiderio di conoscere il mondo esterno, e fuggendo quindi da una realtà alla quale si sente inchiodato, il giovane Jackie evade dalla fattoria di Manlio, a cui era stato affidato sin da piccolo, per intraprendere un avventuroso viaggio in cui conoscerà il Pazzo (un ribelle? uno stregone? un visionario?) e sarà protagonista di una serie di peripezie che lo porteranno a confrontarsi con la crudezza di un mondo che va a rotoli, scontrandosi con i gendarmi della Polizia Locale Autonominata – fanatici energumeni col pallino delle ronde agli ordini dello spietato Jim Bossartiglio – e finendo persino prigioniero in un grottesco Freak Show dove sarà costretto a esibirsi per via della sua dote nascosta: un membro di dimensioni spropositate che farà gola a diversi personaggi nel corso della narrazione, e che sarà croce e delizia per Jackie, e non solo per lui.

Abbiamo trovato divertente questo gioco in cui una matrice fallocentrica avrebbe potuto benissimo gridare vendetta, e invece no: la premiata ditta Fratoni-Ponchione parla di uccelli enormi e vigorosi senza mai scadere in qualche volgarità gratuita (che comunque non ci avrebbe personalmente disturbati), ma anche e soprattutto tratteggiandone i legittimi proprietari teneri come solo i ragazzi giovani e inesperti del mondo sanno essere. Perché questo, è Jackie: un ragazzo precipitoso, teneramente arrogante e fondamentalmente buono, che si ritrova in situazioni dannatamente più grandi di lui ma riuscendo, piano piano e magari goffamente, a mantenere una propria bussola di valori ispiratagli dai personaggi positivi che incontra sul suo cammino. Per certi versi, ci muoviamo sul terreno del romanzo di formazione, e ci sembra quasi di vedere un futuristico giovane Holden, un po’ Arturo Bandini e un po’ Saltatempo (giusto perché oggi ci va di scomodare paragoni importanti: stiamo esagerando, lo sappiamo bene, ma cercate di cogliere il senso, ok?) che si barcamena in una gran bella situazione del cazzo dopo aver passato la sua intera vita in una fattoria senza conoscere minimamente come funziona il mondo là fuori.

Non intendiamo spoilerare oltre il racconto, che abbiamo trovato estremamente interessante, davvero ben scritto, sul filo di una narrazione che scorre via (quasi sempre) liscia come l’olio, e con alcune punte di grottesco e di pulp sapientemente maneggiate:

“In un attimo le sue mani di larice si strinsero attorno al collo adiposo del nemico […] cominciava a sentire la trachea e il pomo d’Adamo, imprigionati sotto strati di lardo […] Con un suono secco e liquido la carne si squarciò e le mani del Pazzo penetrarono fino alla colonna vertebrale, frantumandola. Poi uno schiocco e la testa […] volò per almeno mezzo metro sopra il suo corpo con una linea perfettamente verticale…”

Nelle idee degli autori, La Bassa andrà a comporre il primo tassello di una saga. Per il momento, noi ci sentiamo di definire questo primo capitolo forse il miglior libro a cui ci siamo finora dedicati (e che pertanto vi consigliamo di acquistare qui, dal momento che se lo meritano), e per dovere di cronaca dobbiamo confessarvi che riponiamo speranze anche in altri titoli che abbiamo in corso di valutazione. Alleluia, cazzo, allora qualche stronzo che sappia il fatto suo esiste, tra di voi. La cosa ci rallegra e ci infonde un po’ di fiducia. Poi certo, sappiamo che ci saranno alti e bassi: non avete idea della monnezza con cui avete affollato la nostra casella di posta, e per alcuni manoscritti probabilmente non varrà nemmeno la pena dedicargli una recensione – non per spocchia, ma semplicemente perché se guardiamo troppo a lungo dentro all’abisso, poi l’abisso vorrà guardare dentro di noi.

In conclusione, dunque, il Collettivo Scrittori e Contadini ci è piaciuto. Ci auguriamo che semmai dovesse esserci davvero una guerra mondiale (e le giuste premesse, nel momento in cui scriviamo, sembrano esserci tutte), loro saranno fra quelli che diserteranno le armi ritirandosi in un casolare di campagna abbandonato, passando le giornate a coltivare asparagi e carciofi e a scrivere storie con personaggi dai giganteschi falli nodosi nel tentativo di affrontare l’esistenza come, a un certo punto del loro racconto, Jackie intuisce essere l’unico modo possibile di farlo: “prendere l’iniziativa, alzarsi per primo senza temere nulla, al solo scopo di sentirsi libero di perseguire una meta ben definita”.

Beh, ragazzi, per questa volta ci è andata di lusso. Speriamo di mantenere questo buon livello anche per il prossimo libro che recensiremo. Noi, ovviamente, cercheremo di non farci troppo la bocca: in fondo siamo persone sensibili, e non conosciamo il numero preciso di delusioni a cui i nostri vecchi e malandati cuori potranno reggere.

Quindi per oggi è tutto, e alla prossima.