Editori a pagamento, blogger prezzolati e agenti sciacalli: chi sono le Wanna Marchi della cultura italiana

Qualche tempo fa ci eravamo occupati della piaga dei bookstagrammer pubblicando un contributo (potete recuperarlo qui) inviatoci da un nostro lettore/autore emergente, che ci aveva raccontato la sua esperienza di pubblicazione con una casa editrice piuttosto discutibile; esperienza rivelatasi lo scoperchiamento di un vaso di Pandora fatto di un bel giro di soldoni a danzare vorticosamente sottobanco, svolazzando in un bel turbinio di sponsorizzazioni insensate, tariffari ad hoc e gruppi Telegram (i pedopornografi e gli spacciatori, ormai, hanno fatto scuola), slinguazzate social a ribadire il mantra dell’uomo moderno “mostrarsi, non esistere” e dinamiche di nepotismo a livelli imbarazzanti – che comunque quello esiste sin dalla notte dei tempi, e ci siamo talmente abituati ad esso che non ci sembra neanche l’aspetto peggiore della vicenda.

Subito dopo la pubblicazione di quell’articolo eravamo stati contattati da un’altra persona, che ci aveva raccontato una storia anche più raccapricciante. E da qui in poi – lo anticipiamo per quanti si risentiranno per il nostro non fare nomi e cognomi, dissuadendoli dall’istinto di poterci anche solo vagamente accusare di connivenza o, peggio, di vigliaccheria – ci muoveremo su di un campo minato, non solo nel tentativo di mantenere il più assoluto anonimato della persona che ci ha scritto (che già è stata abbondantemente minacciata, dalla controparte di stronzi con cui ha avuto a che fare, di doversi difendere da accuse di diffamazione), ma anche perché, a quanto ci dice, lei stessa avrebbe finalmente deciso di muoversi nella direzione di una causa legale per truffa. Capite bene, quindi, che oltre a dover tutelare anche noi stessi da medesime potenziali accuse di diffamazione, ci ritroviamo anche a dover evitare, mettendoci di mezzo, di intralciare la giustizia vera, semmai ci sarà. Abbiamo i nostri dubbi al riguardo, ma mai dire mai.

Comunque la storia, in breve, è questa: l’autore X pubblica con la Casa Editrice Y, che pur dichiarandosi espressamente non a pagamento, non appena qualcuno pubblichi con loro non fa che proporgli servizi di agenzia in cui si paga anche per respirare fuori sincrono, o per una sistole o una diastole in più, magari perché l’ego di scrittore esordiente fa eccitare il malcapitato all’idea di vedere uno spazio di tre centimetri a lui riservato sulle pagine di un quotidiano nazionale.

Inoltre, non vorrà certo fare a meno, questo Dan Brown in erba, di segnalibri e cartoline con la copertina del suo capolavoro da regalare a blogger e influencer selezionati, insieme a copie del suddetto capolavoro – copie acquistate, ovviamente, da Dan stesso, e gentilmente offerte ai bookstagrammer per riceverne in cambio recensioni entusiastiche?

O ancora, potrebbe mai privarsi dell’opportunità di pagare anche solo per la creazione di un gruppo di lettura su Whatsapp in cui una decina di questi influencer (tra cui, udite udite, anche giornalisti accreditati) ricevono il suo libro e si impegnano a parlarne sui loro canali, ognuno con la loro tariffa (esistono blogger da 70€ e altri da 120€, in base a fama, followers, credibilità), come nella migliore tradizione delle passeggiatrici a bordo strada che vi propongono la combo bocca/culo a offerte vantaggiose?

Insomma, la pubblicità, gli dicono, è l’anima del commercio, e anche se con tutto questo merchandising gli sembra di essere un gruppo metal degli Anni Novanta che si accinge a suonare in un festival importantissimo a cui stanno accorrendo orde di capelloni pronti ad acquistare le sue magliette e i suoi CD, gli viene da pensare che forse hanno ragione loro, che in fondo sono del mestiere.

Bene, il nostro acconsente quindi a questo delirio di onnipotenza pubblicitaria, finanziandolo senza badare a spese, e si ritrova, nel giro di qualche mese, con il conto in rosso di oltre trentamila euro, pensieri suicidi un giorno sì e l’altro pure, e le prese per il culo a vita di famigliari e conoscenti, che lo accusano di essere stato imbecille al punto da meritarsi di essersi fatto spennare in questo modo vergognoso.

In fondo è quello che diceva Wanna Marchi, no? “I coglioni vanno inculati”.

E anche a noi, dobbiamo essere sinceri, il pensiero è venuto. Sapete, si rimane sempre sbalorditi di fronte a storie del genere, leggendo con i propri occhi una chat in cui l’ingenuità di una persona non proprio scaltrissima la spinge ad accettare continue e assillanti richieste di denaro, ora per del materiale pubblicitario, ora come quota di partecipazione per questa o quella fiera, poi per apparire su un settimanale, poi ancora per avere una copia nel punto lettura della libreria sperduta di un paesino del cazzo. E dentro di noi, che magari un po’ stronzi lo siamo davvero, sentiamo quella vocina che dice “però, cristo, si può essere così idioti? Parliamo inoltre di un libro che, si vede anche a occhio nudo, è ben lontano dall’avere qualche chance di vedersi candidato al prossimo Strega: come puoi investirci trentamila euro senza battere ciglio?”, ma poi ci ricordiamo di restare umani, e dopo quest’attimo di sbandamento rimettiamo a fuoco il principio basilare della civiltà secondo cui l’essere un po’ coglioni non autorizza le Wanna Marchi là fuori a incularti senza ritegno.

Questo è quanto è successo all’autore che ci ha contattati, inculata compresa. Precisiamo che scriviamo questo articolo dopo aver visionato chat, screenshot di conversazioni ed estratti conto, tutta roba che provasse la veridicità di questa storia, di cui non avevamo comunque motivo di dubitare, conoscendo già ampiamente, purtroppo, l’ambientaccio di cui stiamo parlando. Non siamo giornalisti d’inchiesta ma insomma, abbiamo cercato di assicurarci il più possibile di non stare qui a scrivere cazzate, ma di riportare fedelmente i fatti.

Chi sono, dunque, le Wanna Marchi di questo panorama editoriale fatto di esordienti ingenuotti e una rete di squali che ha capito presto come approfittarsene? Ce ne sono diverse. C’è stato un tempo, neanche troppo lontano, in cui i bersagli delle nostre bestemmie erano le case editrici a pagamento (e continueremo a non maledirle mai abbastanza), ma poi il cerchio si è allargato: gli agenti, sciacalli da sempre, per vocazione e per propria intrinseca natura, si sono improvvisati anche editor, così da metter su agenzie di rappresentanza in cui la vostra cagata di opera prima, vi fanno credere, verrà accudita dall’inizio, sin dal primo vagito di correzione di bozza, per poi spiccare il volo verso le pianure verdeggianti dell’élite intellettuale italiana, quella degli autori di best seller che fanno la spola tra il Salone del Libro e la poltrona di Fabio Fazio, tra gli elogi della critica e un pubblico di lettori osannanti a fare la fila nei firmacopie dei centri commerciali. Ecco quindi che buttarci qualche migliaio di euro in pubblicità inizia già a sembrarvi qualcosa di ragionevole. E come se non bastasse, gli sciacalli hanno pure trovato i loro gregari, o meglio, la volpe ha trovato il gatto con cui fare coppia fissa e rubare i danari del povero Pinocchio: i nostri cari bookstagrammer prezzolati. “Sono loro, caro autore, che pretendono (giustamente) un compenso per parlare di te ai loro cinquecento followers, io sono solo un povero editor che si sbatte per farti diventare una stella nel firmamento di libri di merda che pubblichiamo ogni giorno, fatturando sulle spalle di cretini come te che sognano di fare i numeri di Roberto Saviano”, dicono, magari parafrasando la seconda parte della frase, gli agenti a quei bocconcini ingenui dei loro assistiti. E quelli, se sapessero leggere tra le righe, li manderebbero a cagare. Ma purtroppo non sanno farlo, e sono troppo presi dal loro sogno infantile di raggiungere la fama, e così ci credono. E mettono mano a PayPal, e pagano, pagano per qualunque cosa: pagano la ristampa di altre venti copie per il banchetto da esporre alla “Fiera del bugiardino di Montalto Pavese” e pagano il grafico che deve fare la locandina per la “Sagra del maccherone di Barletta – a seguire presentazione letteraria e incontro con l’autore” e intanto si sborrano nei pantaloni all’idea di parlare sul palco, microfono alla mano e gambetta accavallata, indossando sciarpe di lino da radical chic su giacche con le toppe sui gomiti, jeans che strizzano l’occhio al casual e scarpe da ginnastica che col casual invece ci limonano proprio spudoratamente. Ah, che bella la vita di Alessandro D’Avenia…

Ora, sembra che non si sappia mai, quando si parla di queste cose, dove si trovi il confine tra l’ingenuità degli autori e la stronzaggine degli approfittatori. In realtà, a noi sembra essere ben definito, ed è esattamente il punto in cui un libro mediocre viene pubblicato: se non ci fossero disoneste dinamiche di profitto alla base dell’intero meccanismo, quel libro non vedrebbe mai la luce, gli autori si toglierebbero il prosciutto dagli occhi e le Wanna Marchi di turno sarebbero costrette a trovarsi un lavoro serio. Ma non è, il nostro, il mondo più adatto a essere il posto in cui questo possa accadere. Per questo motivo, il nostro minuscolo e probabilmente inutile contributo sarà quello, per il momento, di provare a fare un po’ di informazione al riguardo, e se qualche piccolo scrittore con trentamila euro in banca dovesse, dopo aver letto i nostri articoli, ritrovarseli ancora sul conto anziché vederli andare in fumo fin dentro alle tasche di qualche figlio di puttana là fuori così bravo a lucrare sulla sua ingenuità, beh potremmo dire di aver fatto, nella nostra vita, cose ben peggiori di questa.