L’ultimo boy-scout che vive meglio di come scrive

Recensione di “Una storia vera”, di Andrea Bindi (Edizioni Helicon)

Andrea Bindi ci sembra il tipo che fa sospirare le donne e gli omosessuali perché, siccome nei cliché ci siamo tutti dentro fino al collo, questo pompiere barbuto, leggermente brizzolato e che scrive pure poesie si presenta come quel giusto mix di virilità e sensibilità per cui la comunità LGBTQIA+ vorrebbe ritrovarselo a petto nudo accanto a Elodie su di un carro del Gay Pride mentre fa guizzare i pettorali al ritmo di YMCA dei Village People. Lo sappiamo, questa è una visione stereotipata della questione, ma come dicevamo, per quanto noi ci crediamo assolti (dai luoghi comuni) siamo lo stesso coinvolti.

Adesso prendiamo questo giudizio gratuito sull’uomo Bindi e mettiamolo da parte per dedicarci al suo libro, ma alla fine capirete come questa premessa circa la persona, prima che sullo scrittore, fosse doverosa.

Quello che ci piace del Bindi poeta è che alla veneranda età di quarantadue anni scrive con l’equilibrio di chi è sopravvissuto alla fase più propriamente giovanile delle proprie aspirazioni letterarie, quella in cui si scrive col fuoco nelle dita e sotto al culo, per poi annacquarsi nella vita da persona adulta in cui le urgenze del quotidiano tolgono il tempo, la voglia e la forza di parlare delle infelicità intraviste nei bar attraverso il filtro del proprio romanticissimo male di vivere. Perché sì, ragazzi, il più delle volte, la roba scritta fino ai trent’anni rimane nei propri ricordi come un’era mitica in cui si viveva da bohémien, ma a un certo punto siamo cresciuti e amen, adesso occupiamoci delle bollette, della rata del condominio e della partita Iva. Bindi, in tutto questo, deve pensare anche a salvare gattini sugli alberi e rialzare vecchiette sole cascate dalla poltrona fratturandosi femori e annegando gli ultimi anni della propria vita in ricordi sbiaditi, ma questo non gli impedisce di continuare a scrivere. Tanto di cappello alla sua forza d’animo. Possiamo dirci entusiasti anche dei risultati? Solo in parte. Vediamo perché.

I filoni tematici del suo ultimo libro (Una storia vera, Edizioni Helicon, con prefazione di Gianfelice Facchetti, attore e scrittore nonché figlio del celebre ex giocatore dell’Inter Giacinto) possono riassumersi nella quotidianità della sua professione di vigile del fuoco, nella sua indole riflessiva che lo porta a interrogarsi su quello scibile umano che va dai rapporti umani alle questioni etico-sociali della contemporaneità (“Se guardi la roba / che avanza sui tavoli / capisci come / tre quarti del mondo / sono ancora poveri”, dice nella poesia All inclusive – Il sabato del villaggio vacanze, e pur suonando, a una prima occhiata, come una banalità, ti viene da pensare che comunque è vero, quindi c’è poco da obiettare) e nell’elaborazione del proprio vissuto maturato in primis dalle proprie relazioni famigliari.

La figura del padre, infatti, è una presenza costante all’interno dell’intera raccolta, a comporre man mano il quadro di un rapporto, ci è parso di capire, piuttosto complicato. Questo fantasma risulta contenutisticamente quasi ingombrante, a ben vedere, e si ha l’impressione di una questione irrisolta che ha portato l’autore all’incapacità di dosarne la presenza all’interno della propria scrittura, a testimonianza di come i poeti a volte scrivano più che altro per la pigrizia di andare in terapia: è gratis e non si è obbligati a parlare con qualcuno che si aspetta che risolviamo davvero i nostri problemi. Questa è la vera libertà, signori, e se la contestate è soltanto perché non avete la capacità di scrivere degli affaracci vostri sentendovi bene e male allo stesso tempo. In sintesi, non siete dei poeti.

“La solidarietà / è come / un bagno solo. / Te l’offrono tutti / finché / non serve a loro.”

Questa immagine, che giunge alla fine di una lunga e sensata riflessione, è abbastanza ben riuscita da farci pensare che Bindi abbia un rispettabile talento nel saper delineare situazioni e trarne conclusioni nitide atte a suggellare l’intero discorso, senza puzzare quasi mai di moralismo spicciolo. Altre volte, invece, le sue pur sacrosante affermazioni suonano come scontate, banali e, a volte, intrise di una retorica vagamente stucchevole. È quello che, ad esempio, succede ne Il sogno, che inizia con

“Quando indossi / una divisa / indossi il sogno / di qualcun altro. / Devi rispettarlo.”

e si lancia nel racconto quasi vagheggiante di come i bambini siano gli unici a vedere il sogno di indossare una divisa (sia essa quella di un pompiere, di un poliziotto o di un infermiere) per fornire un servizio alla comunità che più che un lavoro è una vera e propria missione: ancora una volta, niente di più vero, certo; ma leggerlo con questi toni celebrativi (una celebrazione sincera, chiariamolo, qualcosa in cui l’autore crede davvero e che forse proprio per questo si farà fieramente scivolare addosso la nostra critica) non fa che portarci alla memoria le immagini melense di qualche film americano degli Anni Novanta in cui il protagonista è un eroe che si getta nel fuoco salvando ragazzini disabili per poi tornare a casa, ancora annerito di fuliggine, ad accarezzare i capelli del figlio seduto sul letto e chiedergli “ehi campione, ti va di fare due lanci in giardino insieme al tuo vecchio?”

In altre occasioni, invece, Bindi riesce a scrollarsi di dosso la retorica con un colpo di reni finale, riuscendo a riscattare forse non l’intera poesia, ma sicuramente il suo pensiero. Prendiamo in esame la poesia Ognuno fa quello che deve fare. Racconta di quando, in un supermercato, un ragazzo problematico, forse autistico o roba del genere, gli sferrò all’improvviso e a tradimento un pugno sulla spalla. Ad accompagnare il ragazzo c’era la madre, che intervenne subito prendendolo da parte, occupandosi di lui, spiegandogli che non si fa, proteggendolo da una potenziale reazione violenta di uno sconosciuto che si vede prendere a pugni senza motivo, amorevole, materna, ma allo stesso tempo fiera, pronta a difendere il proprio figlio da tutto e da tutti. Ecco, in questa poesia, Bindi si fa prendere un po’ troppo la mano da una lunghetta e buonista celebrazione di questa madre, ergendola a simbolo di tutte le madri forti del mondo, in un enfatico comizio che ci lascia in bocca il retrogusto stantio di quel ben noto italico amore incondizionato che gli abitanti medi del Belpaese nutrono per questa figura genitoriale:

“La mamma è ancora là. / La mamma è sempre là. / La mamma dice NO. / La mamma dice NON SI PUÒ. /La mamma fa TUTTO. / Perché quello è suo figlio. E non ha avuto NIENTE / dalla vita. / Tranne LEI. / Soltanto / quella donna / che non molla. / Un giorno LEI / guarderà in faccia / anche Dio. / Con quegli occhi forti. / Come a dire: / Prima di parlare con LUI / devi parlare con ME.”

Piccola parentesi: questo stralcio di poesia ci fornisce l’occasione per un appunto tecnico-stilistico circa una tendenza che pervade l’intero lavoro – e in certe altre poesie ancor più fastidiosamente del caso in questione, vale a dire un uso smoderato di punti fermi che conferiscono al parlato un ritmo insensatamente sincopato, anziché renderlo piano e scorrevole come sarebbe stato più opportuno e digeribile, visto il tono colloquiale che caratterizza la scrittura dell’autore. Ma, chiudendo la parentesi e tornando al discorso circa la retorica, eccoci di nuovo nella situazione, che alla lunga stufa un po’, di star qui a dire “ok, Bindi, stai dicendo tutte cose sacrosante però che palle, le sappiamo anche noi, falla finita, riconosciamo di trovarci di fronte all’ultimo boy-scout rimasto, come in quel film con Bruce Willis e Damon Wayans, però adesso basta, per una volta fa’ qualcosa di sbagliato, ruba la paghetta a un bambino, sgambetta una vecchia, prendi a calci in culo un passerotto, insomma, qualsiasi cosa, vedrai che ti farà bene”.

Se non fosse che poi sul finale arriva quel famoso colpo di reni:

“Tutto questo / per dire / che quando provate / a spiegare / LA VITA / mi fate ridere.”

Questa chiusa può essere sufficiente a salvare la poesia, e di conseguenza il poeta? Non esattamente, o almeno non del tutto. Ma è sufficiente a salvare l’uomo, e questo, personalmente, ci basta. Perché l’impressione che abbiamo avuto è che Andrea Bindi sia davvero una brava persona. “Sì, ma voi dovete giudicare lo scrittore, non la persona”, potrebbe obiettare qualcuno. Il che è anche vero, ma la recensione è nostra e la scriviamo come ci pare. E sapete, preferiamo trovare un brav’uomo dietro uno scrittore così così, piuttosto che viceversa, per quanto la separazione fra essere umano e artista abbia sempre regalato sorprese magnifiche e illuminanti contraddizioni, e non solo nella storia della letteratura ma di tutte le arti in generale. Perciò la nostra opinione sull’autore rimane questa, anche negli sporadici casi in cui sembra voler recitare la parte del cattivo (non riuscendoci), perché lo sappiamo tutti, ogni tanto è gratificante pensare di essere più stronzi di quello che siamo, autocompiacendocene e sentendoci incredibilmente fighi. Anche il nostro ci casca, nello specifico in Ti vengo a perdere, in cui dice, fra le altre cose, “Sarò bravissimo a deluderti”, “Posso tirar fuori dal cilindro un bel difetto quando meno te l’aspetti”, “Ho perso così tante cose da non riuscire più a vivere in pace” e “Non imparo niente”. Ma rimane, questo, un caso piuttosto isolato nel corso dell’intera raccolta. Per il resto, Bindi rimane il boy-scout che abbiamo imparato a conoscere e ad apprezzare, affezionandoci un po’ a lui e al suo modo di vivere e mantenere la rotta nel mondo di merda in cui si ritrova, un mondo in cui la merda non è solo la metafora per rappresentare la realtà del cazzo in cui tutti noi sguazziamo, nessuno escluso, ma quella vera, gli escrementi degli anziani e delle persone abbandonate nei cui appartamenti il poeta-pompiere è costretto a entrare dalla finestra, per aiutarli, pulirli, chiamargli un’ambulanza. Ed è piuttosto bravo a farci entrare in quei sudici appartamenti insieme a lui, quasi fossimo suoi colleghi soccorritori:

“Sangue. / Piscio. / Rifiuti. / Questo è l’odore della solitudine.”

Vedete come in questo caso ci sia solo una cruda verità che ci viene sbattuta in faccia, senza discorsoni a effetto che vogliano pungolarci nel profondo? È in questi momenti che il vero Bindi viene fuori, con tutto ciò che ha vissuto sulla propria pelle, parlando di ciò che davvero conosce per il semplice fatto di averci a che fare tutti i giorni, in quell’andare avanti e indietro dalla caserma alla casa di qualche povero disgraziato.

Nella poesia citata precedentemente, quella in cui l’autore si concede il vezzo di sentirsi un maledetto, Bindi afferma “Potevo essere tante cose. Ma sono soltanto […] uno che non sa come si vive e allora scrive”. Ma su questa frase in particolare noi ci sentiamo di dissentire in maniera abbastanza convinta: perché in realtà ci è sembrato più vero il contrario, cioè che Andrea Bindi sia più bravo a vivere che a scrivere. E se di miracolo editoriale non possiamo quindi parlare (per quanto la sua silloge ci abbia colpiti più di tanta roba che vediamo pubblicata quotidianamente, e in particolare di tanta poesia pretenziosa che ci fa cascare i coglioni come frutti stanchi e troppo maturi), ci sembra di trovarci, in questi tempi difficili e incomprensibili, di fronte a un mezzo miracolo esistenziale. Ora, non sappiamo come l’autore prenderà la cosa: se avrebbe preferito vedersi salutato come un talentuoso futuro autore di best seller (e non è detto che non accadrà) piuttosto che ricevere il nostro rispetto come essere umano, ma leggendo ciò che scrive, e pensando di aver compreso, seppure in minima parte, il suo pensiero e il suo modo di essere, sentiamo intimamente di avergli fatto un gran complimento che lui certo saprà cogliere, e di poter quindi andare a dormire con la coscienza pulita.

Per cui, signori, anche questa è andata.

Fate i bravi, e alla prossima.