Recensione di “Sopra le righe. Cronache poetiche da una vita bipolare”, di Claudia Spielrein Guizzardi (Atlanterra Edizioni)
Solo quel Dio che non esiste sa quanto cazzo ci piacerebbe parlare di poesia.
Peccato che i poeti, quelli veri, siano più rari di un fascista che non sia una completa merda, e tutti gli altri – vuoti, noiosi, pesanti, pretenziosi – sarebbero capaci di farci infilare una pistola in bocca e premere il grilletto non tanto per farla finita, ma per farci uscire dalla testa nella maniera più violenta possibile anche il più piccolo rimasuglio di quelle loro parole vomitate sulla carta con tanta inaccettabile mancanza di talento.
In queste settimane ce ne sono arrivate, di opere di poesia, e la metà di queste ci hanno tolto perfino la voglia di demolirle scrivendone una recensione spietata; per quanto riguarda l’altra metà, di alcune ci sentiamo in imbarazzo noi per chi le ha scritte (ma cercheremo di parlarne comunque, sforzandoci di salvare il salvabile), e in un paio di esse siamo riusciti a trovare perfino qualcosa di interessante. È il caso della silloge di cui ci occupiamo oggi: Sopra le righe. Cronache poetiche da una vita bipolare, di Claudia Spielrein Guizzardi (Atlanterra Edizioni).
“Sopra le righe”. Titolo banalissimo, su questo siamo tutti d’accordo, non è vero? Ma cerchiamo di andare oltre.
L’autrice ci si presenta come “autistica” e “bipolarina”, e già qui ci cascano i coglioni in nome di quel pregiudizio che ci è stato coltivato dalla società, dentro al fertile terreno delle nostre anime, sin da quando, dall’era di Facebook in poi, essere autistici, ansiosi, avere il pensiero divergente e una vita sociale ridotta all’osso è stato reso cool. Sapete, quelle ventenni tatuate che indossano una maglietta con su scritto “written and directed by Quentin Tarantino” che scattano foto alle proprie sensuali gambe con calzettoni fin sopra al ginocchio mentre se ne stanno sul divano, in mano una tazza di Star Wars con tisana fumante, un gatto d’ordinanza spaparanzato accanto e la scritta rossa di Stranger Things campeggiare sul televisore? Ecco, parliamo proprio di questo: un gran bel quadretto urlante “guardatemi, sono una figa stratosferica ma passo il sabato sera in questo modo anziché a scopare nel cesso di una discoteca – per quanto io possa scopare quando, dove e con chiunque voglia – perché ho l’ansia sociale e mi fate tutti schifo e allora eccomi, bella, dannata e truccatissima, mentre imbocco contromano e a tutta velocità la trafficata strada degli hikikomori, e uscirò dalla mia stanza soltanto il mese prossimo per andare al Lucca Comics travestita da cosplayer di qualche sexy eroina che lo farà venire duro all’intera frotta di nerd là fuori”.
Se poi l’autistica (con sindrome bipolare il più delle volte autodiagnosticata) scrive anche poesie, apriti cielo: eccovi servita la reincarnazione di Alda Merini – con meno cellulite – irrorata da una spruzzata q.b. di Frida Kahlo (meglio abbondare con un immaginario femminista che, così banalizzato, finisce in realtà per trasudare patriarcato da tutti i pori) a ribadire il concetto di “accidenti, che anima irrequieta che sono, gli uomini faticano a starmi dietro perché hanno paura delle donne forti, ed io forte lo sono, ma anche fragile, quindi amatemi così come sono, fottutamente adorabile e dolcemente complicata, poi stanotte cercherò di tagliarvi la gola ma di sicuro non riuscirò a non svegliarvi e allora ci prenderemo a sberle fino a quando i vicini non chiameranno la polizia, così passeremo la notte in commissariato ma domani mattina ci riconcilieremo facendo l’amore: dite la verità, non state morendo dalla voglia di affogare insieme a me in una relazione tossica di questo tipo?”
E quindi capite bene che, con un simile identikit di ragazza bipolare nella testa, questo libro non prometteva nulla di buono sin dall’inizio. Ma recensire libri significa addentrarsi nel processo di creazione operato da una persona – per quanto insopportabile e scarsa di talento questa possa essere, ma con tutti i dolori, le notti insonni e la voglia di morire che quel processo porta con sé – e non si può fare a meno di averne un minimo sindacale di rispetto umano, anche se a volte i vaffanculo ce li strappate proprio dalle mani. Così abbiamo cercato di mettere professionalmente da parte i nostri pregiudizi, e qualcosa di interessante siamo riusciti a trovarlo. Anzi, più di qualcosa.
Innanzitutto, partiamo dal fatto che la Guizzardi non si sia autodiagnosticata la sindrome bipolare, ma anzi ci racconta il lungo e faticoso iter medico che ha dovuto affrontare, seguita da fior fiori di specialisti. Sia lodato Gesù Cristo, finalmente un’autistica vera. Ci viene quasi da chiederle un autografo. Questo libro ha infatti il merito di rappresentare una sorta di progetto volto a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla realtà delle psicopatologie mentali, con tutto il carico di stigma sociali che ancora oggi, nel 2025, si porta dietro. La valenza sociale è quindi innegabile, ma siccome noi non siamo una onlus, né abbiamo in programma di assumere un attore di seconda fascia per fargli fare da testimonial in uno spot in stile Telethon, prendiamo atto della bontà dell’iniziativa della Guizzardi facendole tanti complimenti; poi mettiamo il tutto da parte e dedichiamoci finalmente al valore letterario di ciò che ha scritto, che è la parte che più ci compete.
Diciamo subito che l’autrice scrive in maniera sincera quanto basta per averci fatto apprezzare il suo libro più di tanti che ci sono capitati sotto le mani negli ultimi tempi: e tenete bene a mente che riteniamo la sincerità un requisito fondamentale per scrivere della buona poesia, dal momento che se non stai inventando una storia che debba tenere col fiato sospeso i fan-del-plot-twist-a-tutti-i-costi ma stai semplicemente raccontando i cazzi tuoi, pretendiamo che tu sia assolutamente onesto e senza filtri, altrimenti tanto vale dedicarci ai nostri, di cazzi. La Guizzardi ci riesce, anche se non sempre l’espressività letteraria risulta abbastanza potente da farci esclamare “wow, stiamo leggendo della poesia, e non solo un diario segreto”.
“Dopo ogni orgasmo piangevo / perché tutto mi ricordava / che finisce nell’ossario.”
Ecco un esempio della schiettezza di cui parlavamo, e che ci piace. In culo a tutti quelli che “ma fattela, una risata, ogni tanto”: se non pensate all’ossario almeno una volta a settimana, meritate di finirci dentro senza neanche aver avuto prima un orgasmo. Per questo, la Guizzardi ci sta già più simpatica di molti di voi.
Perfino quando cade in qualche banalità, una sorta di affinità elettiva con lei ci spinge a perdonargliela, andando ad apprezzare quelle parti in cui, sullo slancio di un’ispirazione niente male, riesce a fare quello che dovrebbe fare la poesia: dire tanto con poco. Prendiamo questa immagine, tratta da Cronaca di un disamore:
“L’uomo che ho davanti non è brutto / non è bello, / non è più un’entità hegeliana. / È un coacervo di pregi e difetti, / solo un uomo / che saluterò con educazione per strada, / tra qualche anno, / che il mio amore non protegge più, / non inventa più, / lasciato fuori a consumarsi / sotto il sole.”
Questa poesia mantiene quello che promette nel titolo: parlare di un amore finito con quell’apparente freddezza che in realtà contiene dentro di sé la rassegnazione, il lasciar andare un sentimento quando non è più quello di un tempo, dopo che è andato esaurendosi inesorabilmente. Se tutti i matrimoni finissero con questa lucida consapevolezza, il mondo sarebbe un paradiso in cui gli avvocati divorzisti avrebbero le sembianze di putti festanti e Dio si ubriacherebbe guardandoli felice e paterno per come compiono la Sua volontà. Uno a zero per Lui su passaggio smarcante della Guizzardi e palla al centro.
Ma neanche il tempo di festeggiare il vantaggio, che l’autrice commette un’ingenuità da cartellino giallo – non so perché all’improvviso ci è presa questa metafora calcistica, però funziona.
Nella poesia Falena, troviamo questi versi:
“Non voglio essere appesantita / da cose così inutili da non riguardarmi. / Io sono troppo libera, / coinvolta e leggera. / Chi mi merita / mi raccoglierà / senza toccare la mia polvere fatata / e mi darà / il giusto slancio per volare.”
Questa è la classica poesia in cui si ritroveranno le noiose simil Alda-Merini-con-spruzzata-di-Frida-Kahlo che dicevamo prima: quel “sono troppo libera” accompagnato da “chi mi merita” fa troppo post di Facebook autocelebrativo, e i poeti dovrebbero capire che quando la loro penna strepita per scrivere versi del genere, è il momento di chiudere tutto e uscire a mangiare qualcosa in una stazione di servizio fra camionisti sudati e puttane con lo scolo, così, giusto per tornare a vedere la poesia laddove veramente esiste: fra la disperazione, la puzza e nessuna polvere fatata del cazzo. E questa autocelebrazione ritorna a più riprese, ad esempio in un
“Pensi di offendermi, / urlandomi ‘MATTA’. /Ma […] io sono fiera di essere matta, / così da non essere come voi”
che suona tanto come quel monotono cliché secondo cui i malati mentali sarebbero i santi depositari della purezza, un gradino più su rispetto a noi poveri stronzi “normali”. Il che, molte volte, è vero, ma è anche stucchevole vedere come la sensibilizzazione debba per forza passare dalla mitizzazione, e la normalizzazione debba tradursi in un’esaltazione senza se e senza ma. Possiamo dire che in generale abbiamo trovato questa raccolta un po’ narcisistica – che poi è tipico di molti poeti, e nel caso specifico, chissà che il tratto narcisistico non faccia parte della diagnosi dell’autrice e allora ok, stiamo confrontandoci con quella sincerità di cui le abbiamo reso merito all’inizio e va bene così, quella stessa onestà che le fa scrivere frasi disarmanti di fronte alla cui lucidità ci togliamo il cappello, come:
“L’onta di essere diversa / ma brutalmente banale, / non particolarmente bella / né simpatica, / né niente / ce l’ho scritta in faccia / e vedo in replay / le tue mani che mi lasciano.”
La poesia della Guizzardi tocca le vette migliori e più alte in momenti simili, quando fa resoconti dei propri amori – torniamo a quel raccontare gli affari propri che, se fatto con la giusta ispirazione, eleva il particolare di una singola vita a sguardo generale sul mondo e sulla complicata geografia dei rapporti umani, in uno sconfinato arcipelago di uomini e donne, con le loro debolezze e contraddizioni, siano essi dichiarati sani mentalmente o patologicamente soli come soltanto noi miseri coglioni possiamo essere in questo giro di giostra in cui ci hanno schiaffati. L’autrice, se non altro, ha ricevuto una diagnosi: voialtri, invece, potete mettere la mano sul fuoco su chi cazzo siete e i motivi per cui, tutti i giorni della vostra vita, andate avanti a fare quello che fate?
Detto questo, magari non ci sentiremo di mettere questo libro fra quelli che ognuno dovrebbe tenere sul comodino – siamo sicuri che l’autrice stessa potrà fare meglio, in futuro – ma vale la pena soffermarsi su come questo tipo di poesia sia, a nostro avviso, ciò che più si avvicina all’idea di letteratura come sostegno e consolazione, sia per chi scrive che per chi legge. La Guizzardi, lo afferma nei ringraziamenti, spera con il suo lavoro di parlare soprattutto a coloro che soffrono di patologie simili alla sua, così da non sentirsi soli, consapevole che soltanto il parlarne potrà permettere alla nostra società di abbattere i tabù intorno alla salute mentale. Noi aggiungiamo che non avete bisogno di passare prima da uno psicoterapeuta per poter leggere questi versi, e per immergervi nelle paure, negli amori, e negli sprazzi di vita di chi li ha scritti: vi basterà guardare nel pozzo delle vostre viscere, fare pace con tutte le volte che avreste voluto levarvi dalle palle e poi con quelle in cui vi siete sentiti di meritare qualcosa; accettate incondizionatamente la meraviglia e lo schifo che c’è dentro di voi, sapendo che né l’una né l’altra cosa vi rappresentano fino in fondo, perché se avrete il coraggio di fissare negli occhi il gorgo dell’esistenza, riuscirete forse a tenere a bada la bestia che vi sgomita nelle budella, e magari a leggerne. Oppure a scriverne, come Claudia Guizzardi ha provato a fare.
Ci è riuscita? Un po’ sì.
Come dite? Se questo dovrebbe bastare?
Beh, ragazzi, adesso volete sapere troppe cose.
Nota: questo articolo contiene link affiliati. Se pensi che lo facciamo per soldi, hai ragione. Ma vedi, il dominio del sito non si paga da solo, e non abbiamo un paparino che ci fa un bonifico per il tempo speso a scrivere e pubblicare ogni singola recensione. Acquistando da questo link, invece, noi riceveremo una piccola commissione, che a te non costa nulla ma ci aiuterà a sopravvivere. E non ringraziarci per questa opportunità di compiere l’unica buona azione della tua giornata, o dell’intera settimana: non siamo qui per giudicarti.
