A proposito della piaga dei bookstagrammer: la testimonianza di un autore

Come molti di voi ormai sapranno, questo blog nasce principalmente da un sentimento di stanca di fronte all’ambiente melenso di coloro che sostengono di essere amanti della lettura e della scrittura, ma soprattutto verso certi meccanismi perversi che rappresentano la prassi in un settore diabolico com’è diventato, o come forse è sempre stato, quello editoriale. E non parliamo delle alte sfere, delle quali non ci sentiamo di trattare per via della nostra consapevolezza e dell’onestà intellettuale dalla quale tentiamo, ogni giorno, di farci animare – semplicemente, crediamo di non saperne abbastanza da poterne parlare, almeno per il momento, con la giusta cognizione di causa.

La nostra attenzione si è rivolta quindi alle basse sfere, a quel micromondo, che poi tanto piccolo non è, costituito dal sottobosco emergente che muove non tanto l’economia del settore (che non campa certo con le copie vendute ad amici e parenti di scrittori sconosciuti), quanto un mercato più subdolo e sotterraneo, fatto di visibilità mediatica ma non solo: in qualche modo, abbiamo scoperto, qui girano anche soldi veri.

È per questo motivo che abbiamo deciso di denunciare, nel nostro piccolo, dalle pagine del nostro umile blog del cazzo, questo intrigo sottobanco che si erge a degna rappresentazione di quel vizietto mafioso che tanto contraddistingue l’italiano medio quando c’è da inculare qualcuno curando i propri affari. E vogliamo farlo dando spazio alla testimonianza diretta di un autore che ci ha contattati, amareggiato come immaginiamo debbano essere in tanti nella sua stessa situazione, per raccontarci, dopo averla vissuta sulla propria pelle, come tutta questa storia dei bookstagrammer non sia solo un mucchio di coglioncelli e cretinette che si scattano selfie brandendo libri (che non hanno letto) tra le mani, ma una vera e propria piaga che rasenta i limiti non tanto della legalità, quanto dei più basilari princìpi morali.

Pubblichiamo quindi, integralmente, qui di seguito, il contributo di questo autore, di cui abbiamo deciso di mantenere l’anonimato, così come anonime saranno la casa editrice, gli agenti e le personalità social da lui citate nel suo intervento, e con cui sfortunatamente si è ritrovato a che fare.

Ci sono molti modi

Dopo anni di lavoro ho pubblicato il mio primo romanzo. E non è successo assolutamente nulla. Incredibilmente faccio ancora colazione con fette biscottate e marmellata, vado ancora al lavoro ogni mattina, non ho fatto incetta di premi, Netflix non mi ha contattato per farne un film e soprattutto non mi hanno ancora invitato a parlarne né la Gruber, né Fazio. Strano. Eppure sembra che succeda a tutti. È in quel momento che accade. E io ne sono travolto.

Ho lavorato per anni alla stesura del testo. Nel mezzo ci sono stati quattro traslochi, due concorsi pubblici, tre città, un matrimonio. Incredibilmente, per un’ancestrale concatenazione di eventi, da una cena con amici di amici, mi ritrovo a firmare un accordo con una prestigiosa Casa Editrice a dicembre. Il mio romanzo d’esordio uscirà a luglio. Fremo. Non vedo l’ora di lavorarci. Mi vedo già a scegliere le bozze di copertina, a trascorrere notti insonni litigando con l’editor, progettare promozione, interviste. Invece passano i mesi e non accade nulla. Anzi. Mi arriva la copertina. Mi piace? Boh, sì, tanto è quella. Va bene. Arriva giugno e mi chiedo come si possa fare tutto in così poco tempo. Scopro presto che si può fare. Perché una povera editor mi contatta e lavoriamo per due settimane, a distanza, tipo dodici ore al giorno. Rivediamo completamente il testo tre volte e dopo due settimane mi fa schifo, mi faccio schifo io, mi fanno schifo i libri e voglio fondamentalmente solo andare in vacanza. Ma riusciamo nell’intento. Il libro va in stampa. E qui la prima grande sorpresa. Non si capisce quando uscirà. La Casa Editrice sta vivendo un terremoto interno del quale nessuno mi dice nulla. So solo che il romanzo esce prima, senza alcun avviso, senza alcuna promozione. Bene. Sono finito. Non mi cagherà nessuno. Nel frattempo io mi organizzo delle presentazioni e finisco col vendere alcune copie per conto della CE nei luoghi della mia vita. Non stanno comprando il mio libro, principalmente stanno rinnovando la nostra amicizia. Un po’ mi spiace. Ma so che succede a tutti.

Arriva l’autunno e qualcosa sembra muoversi. Grazia inserisce il mio romanzo tra le letture consigliate a settembre. Non ho mai amato così tanto una rivista settimanale. Nella frenesia, firmo un abbonamento semestrale, se l’è meritato. Raggiungo due finali in due concorsi importanti, ma poi più nulla. E proprio mentre sto per mollare il colpo, mi contatta lei, la bookstagrammer.

Per i non addetti ai lavori, o semplicemente per chi ha una vita, i bookstagrammer o booktoker, sono persone che parlano di libri sui social, facendo incetta di followers. A quale titolo? Ah, vallo a sapè. Quale formazione? Leggere è un’attività che possono fare tutti, quindi tutti possono parlare di libri. All’inizio discutiamo proprio di ciò, e più che altro finiamo col litigare per ore. Mi prendo dello snob, solo perché rimpiango l’idea che a parlare di libri debbano essere solo persone che hanno studiato letteratura o che ne hanno fatto un mestiere, non Scolopendro72, ex impiegato del catasto e oggi attento lettore. Per una ragione inspiegabile, le piace il mio romanzo. Tantissimo. Per questo ha deciso di aiutarmi. Le dico che non occorre, che non è un problema. Ma lei insiste, ci tiene a spiegarmi i meccanismi di questa nuova dinamica promozionale sui social. E lì casco. Accetto.

Per settimane mi ritrovo a rilasciare interviste, apparire persino su una web tv nazionale. Dialogo con le persone più disparate. Ma qui comincia a puzzarmi qualcosa. Perché se alcuni sembrano non solo aver letto il romanzo, ma aver dedicato del tempo a qualche riflessione, altri mi fanno domande così astruse e generiche sulla scrittura, sul mio segno zodiacale, sulle mie posizioni preferite, per scrivere s’intende, che mi fanno intuire di non aver letto una sola riga. Ho persino comprato un robo per illuminare il mio volto durante le dirette Instagram. Mi sento Barbara d’Urso. So che da un momento all’altro mi chiamerà il mio editore per raccontarmi dell’esplosione di vendite. E invece non succede nulla. Anzi, quello che succede, è peggio di nulla.
Scopro che il direttore editoriale che mi ha scelto, se n’è andato. L’editor che ha lavorato con me, se n’è andata. Tutto lo staff della Casa Editrice è cambiato. Non solo, sono in atto delle cause legali per stipendi mai ricevuti. Ho già capito come andrà a finire: io, da questo romanzo, non guadagnerò una lira. Va bene così, di certo non scrivo per diventare ricco. Io volevo solo che più gente possibile leggesse le mie storie. Ma a quel punto capisco di essere solo.

Ne parlo con la bookstagrammer, con la quale ormai ci sentiamo spesso, e mi sfogo del fatto che tutta la promozione fatta non sarebbe servita a nulla, e a questo punto accade qualcosa. Mi dice che se voglio, posso arrivare ai top, ovviamente pagando. E scoperchia il vaso di Pandora. Mi dice che esisterebbero gruppi telegram, whatsapp, in cui orde di book influencer e scrittori si scambiano favori, recensioni. Non le credo, ma lei mi dà modo di verificare. Il mio romanzo su Amazon ha tipo dieci recensioni. Lei mi fa il titolo di uno sconosciuto che ha fatto self-publishing. Resto attonito. Centinaia di recensioni a cinque stelle. Non contenta, continua. Mi dice che ci sono veri e propri tariffari per post, storie, recensioni, con bookstagrammer da migliaia di follower. Non solo, addirittura che si recensiscono positivamente i libri di Tizio che sta con Caia che lavora nella Casa Editrice Nazionale e quindi in base a questo regala copie di libri; libri che insieme a quelli ricevuti dalle Case Editrici vengono rimessi sul mercato online, a metà prezzo su eBay. Mi sale la paranoia. Cerco il mio titolo su eBay. Lo trovo. Come cazzo è possibile, è uscito un mese fa. A chi ha fatto così schifo da averlo già spedito nell’iperuranio? Le chiedo i nomi di questi bookstagrammer e lei, restia, me li da. Gli do un’occhiata. Parlano degli stessi libri, dicono le stesse cose. E sono tutti libri imprescindibili, nuovi classici. E via di Top libri del mese, di libri commoventi. Ne compro un paio. Li leggo, e onestamente, mi fanno cagare. Ma magari sono arrabbiato. Mi chiedo a questo punto quale sia l’impatto nella vita reale di questi influencer. Sono ancora in vacanza nel mio vecchio paesino di poche migliaia di anime nel sud Italia e mi rivolgo alla mia libraia di fiducia. Scopro che ha allestito un’ala della sua libreria con i soli titoli consigliati da questi influencer. Sono allibito. Torno a casa e scrivo alla mia ormai futura ex amica bookstagrammer, perché arrivo come una furia pronto a mandare tutti a quel paese. E lei mi dà nuovamente dello snob, dicendomi che se così facendo si portano nuovi lettori, accompagnando alla lettura ragazzi che altrimenti non si sarebbero mai avvicinati a un libro, si sta facendo qualcosa di democratico. Non ci vedo più. Non si rendono conto di quanto sia impattante il loro piccolo sabba, di come possano inficiare il lavoro di anni, di persone che ci credono, di persone che ci campano, solo per un capriccio, solo per un ritorno di fama personale. Di come non aiutino le piccole case editrici che scommettono su testi validi, dragando denaro verso le case editrici che investono maggiormente in sponsorizzate.

Finisce come temevo. Non mi parla più. Tutto si spegne. Il mio romanzo ormai non lo compra più nessuno. Mi sono rimaste delle copie sotto il letto. Le conserverò o le regalerò negli anni. La mia CE non mi ha pagato. Ho chiesto la rescissione del contratto. Almeno, torna a essere mio. Nel frattempo scopro di non essere il solo a non esser stato pagato: tutti gli autori della mia collana non hanno ricevuto nulla. E nessuno farà causa per pochi spiccioli. Sempre a cena con amici di amici, scopro un’altra cosa che mi lascia allibito: che Tizio scrittore si è sposato con Caia scrittrice e agente, che collabora con la Casa Editrice di Sempronio che pubblica Tizio, e sono molto amici delle riviste che pubblicizzano sia Tizio che Caia. E che tutti sono amici di tutti, si conoscono tutti, pubblicano tutti e parlano bene di tutti. E mi vien da vomitare.

Ho scritto un secondo romanzo, ma si ricomincia da zero. Non sono nessuno. Non esisto. In qualche modo farò. Alla peggio ne scrivo un terzo.

Beh signori, lasciamo trarre a voi le opportune conclusioni, e vi invitiamo, qualora vi troviate, o vi foste trovati, in situazioni simili, a farcelo sapere scrivendoci una mail a scrivodunquebestemmio@gmail.com: ci piacerebbe puntare i riflettori su questo insulso siparietto, e chissà che tante voci non diventino un coro capace di rompere le palle a qualcuno che, di sicuro, se lo merita. E neanche poco.

Vi terremo aggiornati.