Recensione di “Come sovvertire l’ordine costituito, trovare l’amore e vivere felici”, di Tina Caramanico
Non è facile recensire un libro che ci è piaciuto. Parlare della merda è sempre più liberatorio, stimolante, e anche più accattivante per un pubblico sadico che gode nel vedere la gente fare a botte. Sapete quei video che diventano virali a suon di urla e spintoni per strada, con passanti indifferenti che riprendono la scena con un cellulare, fino a quando un’anima buona decide di chiamare i carabinieri ma è comunque troppo tardi per scongiurare un bel finale di lenzuoli bianchi sull’asfalto? Ecco, trasferite tutto questo in ambito letterario e avrete lo stesso parapiglia di sangue e arena, solo con protagonisti quattro stronzi che si atteggiano a intellettuali che non vedono l’ora di veder demolito il lavoro di qualcun altro pensando “cazzo, potevo esserci io, ma per fortuna io scrivo meglio di così, e se quando sarà il mio turno non mi capiranno, sarà comunque colpa loro”: ah, in quale bel mondo di lettori/scrittori morbosi viviamo, non è vero?
Ma bando alle ciance, e cerchiamo di divertirci anche adesso, con questo libro che non ci ha fatto bestemmiare quasi per niente.
Abbiamo letto Come sovvertire l’ordine costituito, trovare l’amore e vivere felici, di Tina Caramanico. Due parole sull’autrice, liberamente tratte dalla scheda che la donna ci invia in allegato: tarantina, classe ’62, insegnante di italiano e storia alle superiori. Ci sciorina qualche pubblicazione passata, con tanto di premi vinti, fino ad arrivare al suddetto libro: un romanzo breve che vince i Watty Awards 2019 – la Caramanico ha la vittoria facile, ci pare di capire; non che questi premi corrispondano alla Champions League degli scrittori emergenti, ma è sempre meglio averli in bacheca che non, così da sbatterli in faccia a chicchessia nelle giornate in cui si ha l’autostima in fondo al buco del culo, forse – e che viene dato finalmente alle stampe l’anno successivo in forma di self-publishing. Ci viene da pensare che l’autrice sia stata colta da una pigrizia che le ha impedito di proporlo ai classici editori, o che sia stata un po’ troppo avventata nel pubblicarlo su Wattpad, compromettendone così lo status di inedito: siamo sicuri che qualche buona casa editrice, con cui pure l’autrice ha già pubblicato in passato, non avrebbe esitato a metterci le mani sopra.
Già, perché questo libro è sorprendentemente lucido, e abbastanza brillante da rifulgere nel mediocre calderone di libri del cazzo che vengono pubblicati quotidianamente, e che stanno affollando anche la nostra casella di posta. Lo so che adesso pare che stiamo ponendo l’accento più sui demeriti dello scadente panorama editoriale piuttosto che sui meriti dell’autrice, ma andiamo per gradi.
Protagonista di questo romanzo è un professore, tale Anselmo Lanfredi, “vecchio trombone comunista” che insegna in un liceo della Nazione Riformata, ovvero l’Italia di un futuro distopico lontano, a nostro parere, soltanto una manciata di anni dal momento in cui scriviamo. E qui la Caramanico ha il primo merito di quelli che le riconosciamo: farci riflettere e rabbrividire, allo stesso tempo, sul concetto odierno di futuro distopico. Trent’anni fa, infatti, pensando a un futuro distopico, ci ritrovavamo a fantasticare su macchine volanti e qualche robot che frustava gli umani ridotti in schiavitù, ma non stavamo lì a cagarci addosso sul serio; oggi, invece, in un mondo in cui le destre prendono il sopravvento, e ci prepariamo, come nel più classico ritorno ciclico di certe fasi della Storia, a vivere nuovamente pagine buie di autoritarismi, guerre e genocidi (con una felicissima aggiunta di ignoranza sempre più dilagante rispetto ai decenni passati), pensare a questo avvenire di cui intravediamo già le tristi sembianze in un orizzonte così a portata di mano, ci fa venir voglia di chiudere tutto, blog compreso, e andare a ubriacarci finché la Morte, esistenziale e non, sopraggiungerà definitivamente a farci il culo una volta per tutte.
Tina Caramanico questo lo sa bene, probabilmente perché può vederlo tutti i giorni negli occhi dei suoi alunni. Ma siccome una persona che, nove mesi l’anno, frequenta un branco di adolescenti brufolosi e puzzolenti deve aver sviluppato una pellaccia più ruvida della nostra, ecco allora che la prof riesce a scorgere anche qualcos’altro, in quelle pupille romantiche e brillanti, nonostante continui attentati alla loro lucentezza vengano perpetrati da smartphone onnipresenti e aridi contenuti social. Ce la immaginiamo, la Caramanico, scorgere anche la più timida delle fiammelle, in quei ragazzi, ben consapevole che in un rigoglioso cespuglio di idee più o meno nascoste e arruffate, anche il fuoco fatuo di un’umanità tanto giovane quanto smarrita può esser capace di dar vita a un purificatore incendio intellettuale.
Ed è esattamente quello che succede a un gruppo di ragazzi della classe del professor Lanfredi, che stimolati dalle sue lezioni sulle teorie filosofiche di Marx, decidono, con la tenera ingenuità dell’adolescenza, di attuare una rivoluzione che possa capovolgere le sorti di un Paese completamente in mano a un potere oppressivo dedito a pratiche dittatoriali e vizi carnali. Completano il quadro, poi, giornalisti vigliacchi e conniventi, e un sistema scolastico ridotto all’osso in cui l’istruzione ha perso totalmente il suo valore formativo per merito di una vergognosa Riforma che prevede la bocciatura degli alunni solo in caso di motivazioni “disciplinari, come un look eccessivamente stravagante” o “capacità critiche non ben dissimulate”.
Il delinearsi di un Paese così allo sbando, in cui ricchi e potenti fanno i loro comodi mentre i poveri sopravvivono a stento nelle periferie, avanza in maniera tanto naturale nel corso della narrazione che man mano lo stupore viene meno, lasciando spazio a un triste senso di rassegnazione che ci fa pensare di essere già abbondantemente in ritardo per porre rimedio a una tale deriva politica e culturale.
Una simile lucidità, nel raffigurare con chirurgiche pennellate questo desolante quadro socio-politico, ci ha personalmente fatto pensare al miglior Stefano Benni, quello, fra gli altri, di romanzi come Elianto e Spiriti, in cui feroci allegorie e schiette rappresentazioni di personalità politiche contemporanee si stagliavano nel panorama della più felice satira nazionale, oggi ormai in decadimento, restituendoci quella sensazione di ritrovare nell’arte e nella letteratura la denuncia delle brutture del mondo e la promozione di quelle istanze sociali il cui manifestarsi, all’interno di un libro, ci faceva aprire gli occhi su ciò che non capivamo, e contemporaneamente metteva ordine nella confusione di idee che la complicata attualità era in grado, ieri come oggi, di scatenarci nella testa. Nel panorama attuale questa satira non è più così felice, almeno non ad alti livelli, dal momento che quasi nessuno dei nostri artisti, scrittori o cantanti che siano, pare arrovellarsi il cervello più di tanto nel tentativo di condire le proprie opere di quell’impegno umano e sociale di cui tanto avremmo bisogno. Ci sentiamo di affermare che Tina Caramanico ci riesce, o almeno ci prova, in maniera lodevole: in un mare di libri scritti da gente che strepita per infarcire il proprio lavoro di autoreferenzialità, pensieri finto-poetici di una mediocrità disarmante, e noiose situazioni che aspirano al rango di thriller psicologici ma che in realtà spingerebbero Stephen King al suicidio, la nostra professoressa di liceo tira fuori più palle di tutti loro e…
Ah, una cosa: qualche femminista ci ha già giustamente bacchettati per questo uso di “avere le palle”, “tirare fuori le palle” e simili, ma proprio adesso, mentre scrivo, l’ora di pranzo è passata da un pezzo, ho fatto colazione con un misero caffè, sono stanco e ho fame. Quindi scegliete voi le espressioni che preferite e facciamola finita.
L’autrice, dicevamo, ci sbatte coraggiosamente sotto il naso il ritratto impietoso di un Paese che sta andando a farsi fottere sotto la guida di governanti di cui purtroppo faremo fatica a sbarazzarci nel breve-medio periodo, pronosticando un avvenire che non promette nulla di buono, ma instillandoci comunque la timida speranza che forse, partendo da singole e non inquinate menti, un debole ma tenace futuro possa germogliare, sotto alla cenere delle bombe e dell’intolleranza, in questo apocalittico valzer di razzismo, xenofobia, omofobia e discriminazioni assortite a cui siamo ormai abituai, e alla fine del quale rimarranno in piedi soltanto poche genti: coloro che avranno il compito di ricostruire tutto da capo. Per poi tornare a distruggerlo nel giro di un paio di generazioni, ovviamente.
E questo è più o meno tutto ciò che ci sentiamo di dirvi a proposito di questo libro. Il nostro consiglio è quello di andarvelo a leggere. Male non potrà farvi, e anzi, ci resta quasi l’amaro in bocca per il fatto che si tratti di un romanzo breve, per quanto ottimamente compiuto, e snello al punto giusto: fosse stato più lungo, se ne sarebbe potuta trarre un’ottima serie Netflix da sei episodi che avreste guardato ingozzandovi di hamburger e patatine sul divano, ma va bene così, e non è detto che non accada comunque.
Sulla sintassi e il valore stilistico, poi, abbiamo ben poco da segnalare; certo, la comicità che pervade piuttosto sapientemente l’intera opera avrebbe potuto far capolino più generosamente, in certi frangenti, così da allungare il brodo in senso buono – cioè non annacquando la pietanza ma rendendola altresì più gustosa. Ma in fin dei conti ci sembra anche inutile dilungarci in certi appunti che equivalgono a voler trovare a tutti i costi un fottuto pelo nell’uovo. Intendiamo conservarci i torrenti di parole incazzate per quei libri che ci faranno veramente cagare (e pensiamo che saranno tanti), perché ragazzi, parliamoci chiaro, stiamo recensendo una professoressa che ci ha dato l’impressione di amare il suo lavoro e la scrittura, quindi ha probabilmente letto più libri di quanti molti di voi ne abbiano mai sfogliati distrattamente fra gli scaffali di un Mondadori Store, per cui prendetene atto, e fatevelo bastare.
Ci si becca in giro.
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