Quando abbiamo deciso di aprire questo blog, sapevamo bene a cosa saremmo andati incontro: una masnada di autori smaniosi di far sentire la propria voce, o semplicemente in cerca di un parere sincero, seppur proveniente da persone ben consapevoli di non avere nessuna verità in tasca la cui opinione potrebbe benissimo rientrare fra le cose più opinabili sotto a questo cielo.
Presentandoci in maniera così schietta e ironica, speravamo di dissuadere i permalosoni e gli arroganti dal proposito di mandarci i loro manoscritti, operando così una sorta di selezione naturale. La vita, ci siamo detti, è troppo breve per passarla a discutere col tizio di mezza età che infarcisce il proprio romanzetto (inedito, perché a quanto pare nessuna casa editrice ha saputo cogliere il suo genio… ma se ne pentiranno, ah, se se ne pentiranno!) di cliché imbarazzanti intervallati a decine di amplessi inverosimili – ovviamente tutta roba autobiografica, precisa il nostro amico, che ci tiene a passare per grande e ottimo trombatore – nella speranza che chi lo legga dica “Wow, abbiamo scovato il poeta maledetto del terzo millennio, meno male che abbiamo aperto questo blog, altrimenti ci saremmo persi questa voce autentica e sferzante nel piattissimo panorama editoriale contemporaneo! Ci auguriamo che là fuori ci siano centinaia di persone pronte a succhiargli l’uccello perché, ragazzi, questo novello Bukowski se lo merita davvero!”
Purtroppo (ma ce lo aspettavamo) le cose non sono andate così lisce. In mezzo a tanti autori che ci hanno scritto riempiendoci di (prematuri) complimenti, sinceramente entusiasti all’idea di uno spazio dedicato alla letteratura che tenti di discostarsi, per temi e modi, dalla maggioranza di quelli già esistenti, abbiamo infatti dovuto fare i conti anche con alcuni singolari scambi di mail con gente che, ahinoi, esiste davvero e che (probabilmente non) esercita il nostro medesimo diritto di voto.
Sarebbe interessante stilare una classifica di questi virtuosi della rottura di cazzo, di questi campioni dell’arroganza spicciola, di questi egomaniaci convinti di aver scritto un romanzo che rovescerà le sorti della letteratura. E chissà che prima o poi non lo faremo. Per il momento vi basti sapere che colui che ci sentiamo di designare come il vincitore indiscusso di questa prima tranche di invio manoscritti con allegata rottura di coglioni è un uomo che ci scrive esordendo con “Ciao caro”.
E vabbè, è un tipo socievole. Ci sta.
“Io il coraggio di farmi recensire da te ce l’ho – continua – tu avrai il coraggio di leggere il mio libro fino in fondo?”
Ora, già che uno esordisca affermando che per leggere il suo libro sia necessaria una certa dose di coraggio, suona come l’implicita confessione d’aver scritto un gran libro di merda. È come se il Mostro di Firenze con le mani insanguinate ti chiedesse “vuoi vedere cosa ho fatto alla mia ultima vittima?” e tu ti aspettassi qualcosa di buono.
Comunque sia, diamo un’occhiata al pdf allegato – un banale documento raffazzonato che farebbe impallidire il più impavido fra i correttori di bozze – e non avendo trovato, dopo una rapida ricerca su internet, tracce di pubblicazione del suddetto libro, gli chiediamo se si tratti di un inedito. E aggiungiamo che noi scriviamo recensioni solo di libri editi, e che per i manoscritti inediti possiamo svolgere, qualora ci venga richiesta, una valutazione editoriale, o un conseguente lavoro di editing, ovviamente a pagamento. “Tuttavia è un servizio che al momento non stiamo proponendo”, sottolineiamo proprio per non passare per quelli che vogliono vendergli qualcosa.
E dopo pochissimi minuti ci arriva la risposta piccatamente sarcastica del genio letterario che ci stiamo facendo sfuggire dalle mani:
“Complimenti, davvero. Se fosse edito che cazzo me ne fregherebbe di farlo recensire da voi?”
E poi chiude con “buone vacanze”, con lo stesso piglio passivo-aggressivo di quelle donne divorziate coi capelli tinti di rosso e un tatuaggio dell’infinito sull’avambraccio, quando litigano fra di loro nei commenti su Facebook e, alla fine di una serie di invettive, si augurano “buona vita”, con quella superiorità morale che si erge a inequivocabile segno che la discussione è finita e loro ne stanno uscendo vittoriose da “nate principesse, cresciute guerriere”. E poi via, a pubblicare una storia con faccia di figlio di sei anni oscurata da emoticon, su tappeto musicale di Alessandra Amoroso.
“Se fosse edito che cazzo me ne fregherebbe di farlo recensire da voi?”
Non è facile decifrare, da questa risposta, la psiche logorata di quest’uomo. La cosa che salta all’occhio è che, se il suo libro fosse stato edito, non gli sarebbe interessata una recensione. Non chiedeteci il senso di questa cosa, ma tant’è. Probabilmente stava implicitamente richiedendoci una valutazione editoriale mascherata da recensione giusto per avere un giudizio gratuito sul proprio lavoro. O, più verosimilmente, ignorava perfino la differenza fra una valutazione editoriale e una recensione, e tutto ciò che desiderava era che un qualsiasi essere umano leggesse la sua roba e lo salutasse come ciò che, secondo lui, manca al panorama culturale in questo esatto periodo storico: uno scrittore fuori dagli schemi che dice ciò che gli altri non hanno il coraggio di dire, e per questo viene osteggiato da chiunque, dagli editori, dalle riviste, dai blog – insomma una immaginaria quanto potentissima lobby editoriale la cui missione è quella di mettere i bastoni fra le ruote a questo nuovo messia della cultura che sconvolgerà il mondo con la forza delle sue parole. Ovviamente anche noi, possiamo immaginare, siamo appena finiti nella sua personale lista nera di cazzoni che non riconoscono il suo straordinario talento. Perché c’è questo tratto, comune a una percentuale spaventosamente alta di autori emergenti, che corrisponde all’assoluta convinzione di essere geni incompresi, cullandosi nell’illusione di essere boicottati perché troppo avanti, troppo veri, troppo onesti intellettualmente per piegarsi alle logiche di potere del mercato, quando in realtà sarebbero disposti a barattare gli organi dei propri parenti con il più merdoso dei contratti editoriali, se solo qualcuno glielo proponesse. Ma per chissà quale ragione, non li sfiora mai, neanche per un istante, l’idea di non avere nessun talento, e sono talmente presi da sé stessi che non si rendono minimamente conto di quanto questa loro attitudine appaia ridicola al di là del loro naso.
Il tizio, manco a dirlo, non si è più fatto sentire. Chissà se leggerà questo articolo e gli verrà voglia di scriverci ancora? In tal caso, noi gli diremo “beh, volevi una recensione e hai ottenuto un articolo dedicato: è andata meglio di quanto ti aspettassi”.
E in fin dei conti sappiamo che vi starete chiedendo per quale ragione abbiamo perfino perso del tempo a scriverlo, questo articolo.
La risposta è che non lo sappiamo.
Non sappiamo se sia per la voglia di condividere ciò che accade dietro le quinte di questo progetto, o per la volontà di sviscerare tutte le sfumature di persone e situazioni che gravitano in questo ambiente che ci siamo scelti, o ancora, per mettere alla berlina certi atteggiamenti nella speranza che qualcosa cambi, che l’arroganza impari a farsi qualche domanda, prima di palesarsi in tutta la sua imbarazzante dirompenza. Rispondendo pubblicamente al tizio in questione, dunque, è come se stessimo rispondendo a tutti quelli che, dal buio delle proprie camerette, sono lì pronti a scriverci con una presunzione identica a quella di cui abbiamo appena parlato. E se questo articolo servirà a dissuaderli, allora, forse, non sarà stato inutile. Poi sicuramente questi ingenui narcisisti saranno proprio coloro che l’articolo non lo leggeranno neanche per il cazzo (figuriamoci se perdono tempo a leggere qualcosa che non sia uscito dalla loro formidabile penna), e allora che facessero quello che gli pare: ci troveranno sempre qui. D’altronde, domani è un altro giorno, e la nostra casella di posta, come sempre, è attiva.
Ci sarà da lavorare.
