Scopate, cessi e nefandezze

Recensione di “Vermi, confetti e litanie – Apologia della degradazione”, di Andrea Moretti (Eclissi Edizioni)

Andrea Moretti è stato uno dei primi autori a contattarci quando abbiamo deciso di recensire libri schierandoci apertamente dalla parte dei “bastardi snob” (così ci ha definiti qualcuno) stanchi delle solite slinguazzate social ad opera di pessimi blogger che recensiscono pessima letteratura incensandola in nome di scambi di favori e visibilità su queste piattaforme sulle quali ci troviamo.

In molti ci hanno inviato la loro opera, e cercheremo di dedicare spazio più o meno a tutti (eh già, una piccola scrematura toccherà farla anche a noi), ma come dicevo, Andrea Moretti è stato uno dei primi a candidarsi e a mostrarsi perfino entusiasta di questa possibilità. Ci ha inviato il suo Vermi, confetti e litanie – Apologia della degradazione (Eclissi Edizioni), e nel dargli una prima occhiata, mi imbatto subito in una scena che vede due tizi intenti a sollazzarsi, nel bagno lurido di un locale, con una donna mezza morta la cui testa si trovava infilata, fino a un attimo prima, nella tazza del cesso. Non sono il tipo che si scandalizza facilmente, e lì per lì penso a una noiosa raccolta di fiabe per bambini problematici, ma poi decido di approfondire la cosa. Allora, mosso da una sincera quanto morbosa curiosità, vado a cercarmi il profilo dell’autore su internet, e mi ritrovo numerosi reel di questo ragazzo occhialuto e con la barba schemata; i capelli lo stanno abbandonando, e sfoggia l’innocente perversione di indossare maglioni discutibili mentre parla di letteratura tenendo un pappagallo sulla spalla, con pose e movenze molto poco da influencer (lui, non il pappagallo: il pappagallo sembrava invece una cazzo di Chiara Ferragni prima maniera). Bene, bene, mi dico, questo serial killer mancato è l’autore giusto con cui inaugurare questa rassegna di recensioni.

Moretti mette subito le mani avanti nella prefazione, quando racconta di aver concepito questo libro come un grottesco e sopra le righe esercizio di stile da pubblicare per divertimento. Un’idea nata durante una conversazione estiva fra amici, dice. Ahi ahi, cominciamo male, penso immediatamente: questo tizio ha degli amici. Quale uomo che si circonda di amici potrà mai scrivere qualcosa di decente? Probabilmente molti, lo so, e l’essere convinto del contrario è solo un mio problema. Perciò lasciate perdere e andiamo avanti. Subito dopo leggo che dedica il libro non solo ai suoi amici che l’hanno ispirato, ma anche alla sua fidanzata – cosa? quale uomo che ha una relazione stabile potrà mai scrivere qualcosa di… ok, basta. Poi a un certo punto il nostro decide di smetterla con i convenevoli e comincia a raccontare.

Scopata in quattro riprese apre la raccolta, e nella prima ripresa, Water-orgasmo, ci ritroviamo nel bel mezzo della scena di sesso che vi dicevo: protagonista una ragazza che vuole essere posseduta violentemente, facendosi infilare la testa nel water e assaggiando quelle tracce di umori corporei la cui vista tendiamo generalmente a sopportare, noi persone normali (non come Moretti), per i brevissimi istanti necessari a svuotarci la vescica, quando dopo la quarta birra capiamo che non riusciremo ad arrivare a casa con le braghe intonse senza aver prima effettuato quel sacrosanto pit-stop. Allora ecco che, mentre pisciamo, con la coda dell’occhio guardiamo schifati quelle sgommate nere e marroni sulla ceramica, a seconda della dieta seguita dagli ubriachi che ci hanno preceduti, e non vediamo l’ora di uscire da quel buco maledetto per tornare al bancone per bere e cercare di dimenticare il tutto. La ragazza del racconto invece no: vi si trova piuttosto a suo agio, e pretende pure dal suo amante che l’affoghi tirando lo sciacquone nel momento esatto in cui raggiunge l’orgasmo. Non so a voi, ma a me questo bastardo pappagallo-munito inizia a stare simpatico.

La seconda ripresa si intitola Necro-danza, e un cameriere del locale irrompe nel bagno, trovandosi davanti questa singolare scena e decidendo bene di unirsi alla festa: quello di prima è rimasto incastrato col suo affare nel didietro della ragazza ormai morta, così decide di infilare il proprio nell’orifizio rimasto libero davanti… Aldilà della grottesca situazione raccontata, l’autore esibisce da subito una discreta capacità di delineare immagini descrittive piuttosto compiute: il tratteggio in cui “l’ombretto bluastro è steso sui suoi occhi come una macchia d’inchiostro spruzzata nel mare” parla da solo; e quando il cameriere, aprendo le gambe del cadavere irrigidito sperimenta “la stessa sensazione che si avverte aprendo quei tavoli con le gambe a scatto”, ci fa risuonare nelle orecchie lo scricchiolio che devono sprigionare davvero i tessuti intirizziti di una persona passata a miglior vita. Perciò io ve lo dico: liberissimi di non fornicare mai con i cadaveri, ma se un giorno doveste decidere di farlo, sappiate che probabilmente esclamerete “quel diavolo d’un Moretti la sapeva davvero lunga”.

Non intendo spoilerare oltre la trama di questo racconto, né anticipare dove l’autore voglia andare a parare, ma mi limiterò a introdurre l’entrata in scena di Miranda, la fidanzata del primo tizio, quello rimasto incastrato dietro, per parlare di un punto debole che ho riscontrato a più riprese nel corso della narrazione: i dialoghi e i monologhi interiori. Spesso e volentieri mi pare funzionino poco, a parte alcuni casi in cui li definirei tecnicamente ineccepibili, seppur privi di scintille di riconoscibile originalità.  Il più delle volte, infatti, suonano affettati, quasi scolastici, e anche quando Moretti intende renderli volutamente bislacchi, si ha come l’impressione che siano davvero troppo poco verosimili – perché invece una scopata a tre con un cadavere nel cesso di un ristorante, lo è, vero? Ma vabbè, avete capito cosa voglio dire.

Facciamo un esempio, così usciamo dall’impasse e cerchiamo di tornare tutti, il prima possibile, a farci gli affari nostri. Prendiamo la frase che Miranda, infastidita dall’esser stata lasciata sola al tavolo dal suo fidanzato, intento com’è a lavorarsi la tipa moribonda, pensa tra sé e sé: “…non può pensare che io sia una specie di giocattolo a sua disposizione. Tutti così gli uomini: prendono le relazioni come se fossero un gioco”. Ecco, una frase del genere sembra presa in prestito da una commedia degli Anni Novanta, o da un romanzo rosa di infima categoria – vale a dire, un romanzo rosa qualsiasi, e fa il paio, nel racconto Il diavolo dell’armadio, con un “Noi ragazze siamo così, chi più chi meno, siamo tutte un po’ vanitose”. Insomma, si direbbe quasi che il Moretti conosca meglio le donne morte rispetto a quelle vive. E su questo direi che è meglio non indagare oltre.

Poco più avanti, e nei racconti successivi, c’è ancora spazio per qualche immagine ben costruita: il viso di un ragazzo martoriato, “più bianco di una bara per bambini”, è abbastanza eloquente da permettere al nostro amico di farsi perdonare altre tre o quattro frasi così così, come ad esempio “le voci calde e sporche dei bordelli parigini”, che suona un po’ di già sentito e aggiunge poco all’atmosfera di disturbante e carnale erotismo che permea grosso modo l’intera raccolta. Ammetto di aver subìto per un attimo il fascino di un brillante “le tre streghe di Macbeth cantano incantesimi nel mio culo” e di qualche altra frase a effetto di questo tipo (cerchiamo anche di divertirci, cari miei), e mi sento di affermare che, per quanto forzatamente sopra le righe siano situazioni e dialoghi, resta proprio questo il punto di forza di tale lavoro. Approfondiamo questa cosa.

Moretti, lo precisa lui stesso, non intende prendersi sul serio, e si aspetta che i suoi lettori facciano altrettanto, mettendo da parte pregiudizi e inutili moralismi su di un genere così poco digeribile, soprattutto nel momento in cui tale sconcia audacia espressiva vuole essere il mezzo attraverso cui muovere una neanche troppo velata critica sociale nei confronti dell’ipocrisia, dei dogmi religiosi uniti a quelli del potere e del capitalismo, in una serie di sperimentali voli pindarici che toccano vette di spiritualità e cosmogonia con risultati altalenanti, ora pregni di un simbolismo ispirato, ora leggermente forzato e ridondante. E forse è qui che il punto di forza del lavoro pecca di presunzione e si trasforma in quello debole. Lo so, la faccenda si fa intricata, perciò mettetevi comodi e lasciatemi spiegare.

Facciamo un passo indietro: nella sua prefazione, l’autore parla (troppo) di come il libro sia nato e di quali siano i suoi obiettivi; ci racconta che la goliardia iniziale che l’aveva ispirato nel voler scrivere una serie di racconti così volutamente crudi e disturbanti ha presto lasciato spazio alla “serietà”, a un istintivo voler infilare nella narrazione quella vena di critica sociale che, a mio parere, puzza un po’ di moralismo. Certo, non quel moralismo stantìo proprio di certi scrittori pesantoni troppo-privi-di-verve, così maledettamente gravi e noiosi nel voler puntare il dito contro un mondo allo sfacelo direttamente dalla scrivania del proprio studiolo; ma un moralismo più francescano, mi verrebbe da definirlo, forse esagerando. Anzi, sto decisamente esagerando. Ma ciò che voglio dire è che il punto di vista dell’autore si traduce in una condanna – quella dell’abiezione luciferina in cui annega il nostro mondo, ostaggio di ricchi e potenti pervertiti, consumati dai loro stessi vizi – che è così condivisibile da renderla paradossalmente povera di energia, priva di quel fuoco primordiale di quella grande letteratura che ti sale alle tempie mostrandoti ciò che magari già conoscevi, eppure è come se ti si palesasse per la prima volta davanti agli occhi nel momento esatto in cui la leggi. Ecco quindi che, per un autore che chiede ai suoi lettori di metterlo da parte, il moralismo, mi aspettavo una presa più salda sulla barra del proprio timone poetico e ideologico. Più che altro perché è in questa smania di fare a tutti i costi l’autore impegnato che Moretti scivola in qualche banalità trita e ritrita, ad esempio come quando in Salomè o la congiura dei potenti, nel tentativo di rappresentare un ricevimento dell’alta borghesia industriale, si lancia in una lunga e noiosa descrizione di signore dai “culi grassi”, con “tette enormi butterate che […] se non fossero sorrette da panciere, penzolerebbero ai loro colli come foulard”, “capelli cotonati” e “visi provati da mille botulini”, per poi concludere col più classico dei “…e tutta questa gente la vedi la domenica in chiesa”. Ecco: questa immagine, che faceva giustamente girare le palle già ai cantautori degli Anni Sessanta, a sentirla oggi riecheggia con la stessa banalità di un “…e allora le foibe?” esclamato da qualche povero coglione di destra quando deve cavarsi da una conversazione in cui si è riscoperto, inevitabilmente, incapace della più elementare argomentazione. Moretti, ne sono convinto, è un uomo migliore di così, e bersi una birra con lui deve essere un modo decente di trascorrere una serata. Ma qui mi sono caricato sulle spalle la pesante responsabilità di esprimere un’opinione sullo scrittore, non sulla persona, e penso quindi che il Moretti più divertente sia quello che, divertendosi lui per primo, racconta di cadaveri scoperecci, vulve marce e falli purulenti. Quando invece, forse sentendosi in colpa per essersi giovato di tanto svago, decide di affibbiare profondi significati spirituali al tutto, indossando l’abito da prete o da intellettuale impegnato col culo sulla poltrona di un talk show, perde immediatamente la sua forza espressiva, e la sua voce finisce per risuonare, simile a tante altre, nella ionosfera della convenzionalità.

Detto questo, non mi sento affatto di demolire questa raccolta di racconti. “Ma è quello che hai appena fatto!”, dirà sghignazzando qualche povero di spirito fra di voi, qualcuno di quelli a cui, come direbbe il Boris Yellnikoff di Woody Allen, manca quella benedetta “visione d’insieme”.

Certo, in virtù di quanto ho espresso finora, ho la sensazione che il libro vada calando man mano che prosegue: La fenomenologia dell’Eros (del cazzo) è il racconto maggiormente impregnato di questo lirismo elevato così smanioso di stordire il lettore con una vertigine simbolica ed emotiva, e mentre i risultati raggiunti nel Martirio erano di una freschezza narrativa sorprendente, qui risultano pesanti e, alla lunga, tediosi, al punto da far rimpiangere il Moretti più felicemente splatter dell’inizio. Ma questo Moretti non tornerà neanche successivamente, né all’interno dei tre episodi che compongono L’ultimo scandalo della Terra (per quanto vi si respirino atmosfere diverse, dovute anche al fatto che si tratta di un lavoro cronologicamente più maturo, ma forse proprio per questo meno libero da quella “serietà” sul cui altare l’autore ha deciso di sacrificarsi), né all’interno del breve Il sacrificio della geisha, che ho trovato un po’ troppo fastidiosamente infarcito di citazioni nipponiche (le “smorte e pallide composizioni di Ikebana”, “tutte quelle stronzate sulla Burai-ha, su Yukio Mishima e sull’Associazione degli scudi”, “…Murasaki Shikibu, quando parla delle dame che si annidano nella corte del Genji Monogatari”, i “romanzi di Banana Yoshimoto, di Murakami Haruki”, i “film di Takashi Miike, di Kitano” e altre ancora: troppe, davvero, quasi a ostentare inutilmente una certa cultura e un sincero amore dell’autore in merito) che chiude il lavoro e ci accompagna così alle conclusioni.

Cosa dire, quindi, di Vermi, confetti e litanie? Si tratta di un libro sicuramente non per tutti: l’autore, e la casa editrice, che ha deciso di puntare coraggiosamente su di un titolo così controverso, mi sono sembrati mossi da un genuino tentativo di creare uno spazio alternativo, un cono d’ombra che pure pullula di autori tendenti alla dissacrazione per il mero gusto di provocare il ribrezzo o votati all’arrogante pretesa di saper rappresentare nei loro scritti la summa di ciò che hanno capito dell’umanità (spoiler: spesso poco). Moretti, invece, dimostra un sostrato di letture importanti, a volte goffamente esibite, ma con una passione autentica che lo porta a farsi perdonare qualche scivolone di troppo. Non so se questo basti a consegnarci un autore la cui voce possa emergere con un timbro inconfondibile nelle acque torbide del grande mare dell’editoria. Personalmente sono abbastanza sicuro che continuerà a provarci, per quanto questo emergere da qualcosa che non sappiamo nemmeno cosa sia, abbia l’immagine della nostra faccia allo specchio quando ci chiediamo perché mai continuiamo ad alzarci la mattina continuando a fare tutto quello che facciamo quotidianamente da millenni – lo facciamo e basta, e forse non ha neanche troppo senso stare lì a chiedersene il motivo. Quindi non so voi, ma io me lo vedo, Andrea Moretti, col suo pappagallo che cita gracchiante Gabriel García Márquez, mentre bevono insieme (cioè, Moretti beve; il pappagallo magari nella birra ci ammollerà qualche cracker) e passano le giornate a fantasticare di scopate, cessi e nefandezze.

E in fin dei conti, siete sicuri che in tutto questo i più furbi non siano davvero loro?