J’accuse contro i bookstagrammer leccaculo

Le statistiche sono un calcio nelle palle assestato con chirurgica precisione da un essere sovrannaturale a metà fra un fuoriclasse del bisturi che per primo al mondo ha separato due gemelli siamesi che condividevano lo stesso buco del culo e un Andrea Pirlo nel massimo della sua carriera agonistica che piazza una pennellata sotto all’incrocio dei pali, solo che, in questo caso, l’incrocio è il cavallo delle braghe di un malcapitato che si vede disintegrare l’apparato riproduttivo con la conseguente messa in discussione della propria futura capacità di mettere al mondo una piccola copia di sé stesso. “In molti casi questo è un bene”, dirà il cinico lettore, uno di quelli che sono soliti commentare gli articoli per dimostrare pari (o superiore) sagacia rispetto a chi, quell’articolo, l’ha scritto. A me sta bene: che continuino a sciorinare le loro perle di spassoso disprezzo ereditato da una cultura pop che li ha illusi che atteggiarsi a piccoli Dr. House della situazione li avrebbe resi delle sagome agli occhi dei loro amichetti e gli avrebbe pure aumentato le probabilità di finire la serata in camera da letto in compagnia di un altro essere umano.

Ma torniamo alle statistiche: ne parlavo come di un calcio nelle palle per darvi l’idea di uno scossone improvviso che vi tiene ancorati alla realtà del momento, a quella fitta di dolore che provate in quel preciso frangente e che vi impedisce di esibirvi in voli pindarici di immaginazione e in quelle libere interpretazioni del dato politico che tanto piacciono ai poveri di senso pratico, che finiscono sempre per recitare, in qualsiasi contesto, la parte del sacro-depositario-nonché-cintura-nera della pippa intellettuale.
Le statistiche non concedono scampo e, nel nostro caso, ci sbattono in faccia che in Italia i lettori diminuiscono di anno in anno. Niente di nuovo, eh: la tendenza è quella da parecchio tempo, e non stiamo certo parlando di una notizia dell’ultimo minuto. Ora, non riporto qui i dati precisi per pura pigrizia, ma per avere un’idea del pubblico medio, immaginatevi una stanza con alcune persone: lì dentro, ce n’è una che legge; ma qualcun altro, lì vicino, con il libro ci si sta facendo solo una foto da mettere in una storia di Instagram; un altro ancora legge, ma quella che ha in mano è l’autobiografia di un influencer il cui ghostwriter un giorno morirà suicida, e nessuno piangerà per lui; e ancora, c’è quello che comincia un libro e non lo finisce; quello che legge un romanzo rosa autopubblicato da una ragazza calabrese sposatasi a diciannove anni di sua spontanea volontà, che sbaglia i congiuntivi, fa la casalinga, e alleva due bambini bruttissimi e maleducatissimi; e poi c’è quello che legge solo i best seller del momento, mentre il tizio accanto a lui legge quello che sarebbe anche un buon libro, ma lui non lo capisce e ripiega sui balletti di una dodicenne su Tik Tok.

È la variopinta umanità, mi viene da pensare. E per certi versi va bene così. Quando si vuole criticare la pochezza del panorama editoriale italiano, infatti, si tende a puntare il dito sempre su questi poveri cristi che magari non leggono anche perché, semplicemente, dopo otto ore di lavoro come scaffalista in un supermercato del cazzo, tutto quello che desiderano è crepare sul divano alle dieci di sera spegnendo il cervello, e godersi dell’ottimo sesso orale da parte della propria dolce metà. Potete biasimarli per questo? Io non ci penso nemmeno a farlo.

Si potrebbe presumere che i veri sciacalli all’interno del grande inferno culturale nazionale siano dunque le case editrici vere e proprie, rodate macchine del capitalismo che puntano a far soldi, e dell’arte e della cultura se ne sbattono bellamente i coglioni, e si avrebbe ragione da vendere nel farlo. Ma quelli contro cui invece (a mio parere, molto ingiustamente) non viene mai puntato il dito, sono i cosiddetti bookstagrammer: pagine social che si spacciano per blog letterari, la cui linea editoriale è quella di pubblicare foto di un romanzo di un autore esordiente accanto a una tazza di caffè fumante e a una pigna, messa lì sul tavolo non si sa per quale ragione. Nella didascalia ringraziano l’autore che gli ha mandato il libro chiedendone una recensione, e la recensione si limita a dieci righe in cui l’esordiente viene salutato come il nuovo Moravia, e sottolineano quanto sia stato per loro emozionante immergersi nelle sue parole. Che uno pensa che il genio allora può nascondersi davvero in qualunque stronzo che pubblica come opera prima un mattone di formazione per una casa editrice nata un anno prima e da cui si è fatto spillare duemila euro. Che poi non gli abbiano fatto neanche un editing decente e il manoscritto continui a pullulare di refusi, chissenefrega: l’importante è avere un libro fresco di stampa da regalare ad amici e cugini. E su cui masturbarsi.

Una volta che il libro è stato pubblicato,  poi, e spinto a dovere a suon di recensioni farlocche su Instagram, la cosa, nella filiera social, finisce lì: il bookstagrammer ha terminato il suo lavoro, e l’esordiente incensato dalla loro critica, se è un tizio molto intraprendente (o, più semplicemente, se ha molto tempo libero) avrà ovviamente pensato bene di contattare decine di questi bookstagrammer, tutti uguali fra loro, ottenendo decine di recensioni, tutte uguali fra loro. Passerà le giornate successive a ricondividerle: “Streghetta Lettrice Compulsiva ha parlato di me!”, “Grazie a Pinco Pallino il Bibliofilo per aver dedicato una bellissima recensione al mio romanzo!” e via dicendo.
Otterrà un riscontro in termini di vendite? No.
La colpa del declino editoriale è quindi dei bookstagrammer? No, di certo.
Mi stanno sul cazzo ugualmente? Cristo, sì.

Sapete, non c’è niente di peggio di un finto lettore, arido moralmente e ignorante come una motozappa. O forse sì: un lettore ignorante che ha la pretesa di recensire. Ma il peggiore di tutti, statene certi, è il lettore ignorante che recensisce a tutto spiano alla ricerca disperata di follower. Eccolo quindi pubblicare due post al giorno (che dovrebbero corrispondere a due libri letti al giorno, e per i quali aver maturato profonde riflessioni, no?) con cui tesse la tela dei propri rapporti privati: l’autore che in cambio diventa suo follower, quell’altro che gli ricondivide i reel, la casa editrice che gli manda libri permettendo il perpetuarsi di questa oscena commedia, volgare e di pessimo gusto che in confronto i cinepanettoni possono dare lezioni di eleganza a Bertolucci… Insomma, una grande orgia di visibilità social in cui tutti sembrano intenti a metterlo in culo a qualcuno. Ovviamente stiamo parlando di un gioioso trenino, lo si dà e lo si prende, a turno, in contemporanea, senza spezzare il ritmo e performando il giusto. Una grande coreografia in cui ognuno, da buon utente social di mondo, è a conoscenza dell’importanza del compromesso come moneta di scambio e come grimaldello per porte e portoni, perché sì, lo sfintere lo si può allenare e il suo utilizzo ludico può donare sensazioni mica male, ma soprattutto perché, alla fine, quelli che vengono davvero fottuti siete voi lettori. E sia detto tra noi: se alla fine ripiegate sui balletti di Tik Tok, un po’ vi capisco.